Incontri di fotografia

Di seguito, alcuni progetti realizzati da alcuni partecipanti ai laboratori di fotografia.

Info: incontridifotografia@gmail.com, www.facebook.com/incontridifotografia

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‘Mi rap-presento’, laboratori di fotografia, Liceo Pieralli, Perugia.

Sulla fotografia o anche del ‘chi sono io’

Durante i laboratori di fotografia al Liceo Pieralli di Perugia, ho chiesto ad ogni classe ‘cosa è la fotografia’ e ho chiesto ad ogni studente di presentarsi tramite delle foto a degli oggetti a loro cari, quelli di cui non possono fare a meno e che secondo loro contribuiscono a dargli la loro identità, ‘cosa ti definisce? Quali sono le cose che ti rendono riconoscibile?’

Ho altresì, in sede di esercitazione collettiva, realizzato dei ritratti, creando una sorta di annuario delle classi terze, censendo più di duecento studenti.

Al di là degli usi prettamente scolastici e laboratoriali, cosa fare con tutto il materiale raccolto? E con le testimonianze raccolte in classe? E con quelle centinaia di foto di oggetti?

Un ragazzo in una classe mi ha chiesto perché mi appuntassi le loro risposte in merito a cosa sia la fotografia, ‘per motivi di studio’, gli ho risposto.

Le trascrizioni mi sarebbero servite quantomeno per ‘tenere memoria’ e come spunto di riflessione teorica e pratica. Ho tuttavia iniziato a ponderare su alcuni punti: il primo, è che avere circa duecento ritratti di ragazzi minorenni fatti su richiesta della scuola ma inutilizzabili altrove è quasi come non averne; il secondo punto è quello che mi ha fatto partire l’idea: ‘hai dei ritratti inutilizzabili, e molteplici definizioni di cosa sia la fotografia, parti da qui’.

Ho allora lavorato per sottrazione: alle definizioni della fotografia, molte delle quali estremamente pertinenti, altre inaspettate, altre più ‘comuni’ – nessuna sbagliata, vista la grande versatilità del mezzo fotografico – ho scelto di accostare dei non-ritratti. Il ritratto è uno degli usi tipici della fotografia, non solo, in sede di laboratorio abbiamo proprio lavorato sull’auto-rappresentazione e su come ci rappresentano gli altri. Abbiamo definito cosa è una fotografia partendo dalla sua definizione scientifica e allo stesso modo abbiamo definito la narrazione e l’auto-narrazione declinando poi queste due enunciazioni alla rappresentazione fotografica. Cosa rende speciale un ritratto? Cosa rende riconoscibile una persona e cosa ha creato un alone quasi esoterico e magico verso i primi ritratti fotografici fin dalla fine dell’800?

Un ritratto descrive e mette a nudo qualcuno, seppure con buona pace del fatto che l’oggettività in fotografia è solo una chimera, lo mette a nudo nel senso che chi viene fotografato, una volta che si osserva, si chiede ‘è così che sono? mi vedono così, quindi?’ – pensa tu quello che accade nella testa di un sedicenne. Ritrarre (in senso stretto) un volto significa rendere visibili in primis i tratti del viso: un volto senza gli occhi e poi senza la bocca non è più un volto.

Quindi, la mia sottrazione è stata accostare alle definizioni della fotografia, qualcosa che sia ‘non-fotografico’ (non in senso di processo di produzione ma di contenuto): dei ritratti-non ritratti, dei volti-non volti.

La terza riflessione che ho fatto è stata veder emergere dei topoi in merito alle categorie di oggetti fotografate dagli studenti: ho notato che c’erano degli oggetti che ricorrevano anche più volte in una classe: i pupazzi di peluche e le cuffie per ascoltare musica. Ovviamente, anche altre categorie di oggetti si ripetono, ma in misura a volte anche di molto inferiore. Niente deduzioni tendenziose sui caratteri possibili che emergono o sulle storie dei ragazzi che possono venire in mente (non in questa sede), solo un dato di fatto derivato dall’accumulo seriale di tassonomie.

Si presenta qui una piccolissima selezione visiva di queste riflessioni, quanto ho distillato del materiale raccolto, con in chiusura alcuni degli oggetti fotografati dai ragazzi.

 

Valeria Pierini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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‘Trovo rumore e musi lunghi'(selezione), Diego Cicionesi
progetto finale workshop ‘Cose, luoghi e persone’
in collaborazione con Associazione Culturale Deaphoto, Firenze.

Quando ho visto per la prima volta TREML in classe mi è comparsa una sorta di scritta al neon nella mente: ‘lo spirito del tempo’.
C’è in queste foto e nel mood dell’autore quello che in tanti, anche solo tra chi ha le antenne accese, si percepisce: una melanconia latente, figlia di questa epoca che fagocita tutto ad una tale velocità da renderne ancora più difficile la comprensione. Ho trovato in questo progetto, di stampo più diaristico rispetto alla precedente produzione dell’autore, quantomeno per ciò che riguarda l’input di partenza, sancito nero su bianco poi sulla carta, uno specchio del tempo e dei sentimenti di molte persone. In sostanza di chi si rende conto di non avere molto interesse per la socialità mordi e fuggi, di chi percepisce ‘un mondo cattivo in vari modi e ovunque vai’*, un mondo che non dà tregua né tempo per concedersi alle affezioni, che non lascia spazio a forme empatiche di relazione e scambio. Le foto alle persone, sono proprio quelle che rappresentano questo concetto perché di fatto sono presentate come moltitudini informi in spazi e tempi indefiniti. Quello che è lento e visibile, schiaffato dritto in faccia all’osservatore, sono gli oggetti o i luoghi desolati e vuoti, quasi come fossero gli occhi, gli unici, che guardano il nostro tempo e queste persone che si muovono come in un termitaio, ‘dove vanno-cosa guardano?’.
Non c’è da parte dell’autore una critica aperta, una denuncia esplicita di stampo documentario, ma solo una presa di posizione che da se stesso guarda in fuori e ci si riflette, capendo che non è l’io ad avere ‘un problema’ ma che riflette e sente lo zeitgeist. C’è in queste foto, una normalità, un inquadrare le cose a cavallo tra la decontestualizzazione degli oggetti, quasi onirica, e il realismo. Poi ci sono le persone, intermezzi, quasi cacofonici, che sembra di vederle muoversi in quei terminal o di sentirne i passi, in un silenzio assoluto che però è mentale, quasi un desiderio, silenzio altresì impossibile da percepire in contesti del genere.
Un silenzio che in queste foto è l’istante, congelato da Diego, in queste ‘istantanee di inquietudine’,** per dirla col titolo di un testo a me caro. Perché del resto, nel workshop che abbiamo realizzato ‘cose, luoghi e persone’, si partiva dal testo e ad esso si ritornava. ‘Testo’, inteso alla fine del percorso, non solo come insieme di parole organizzate da una sintassi che esprimono contenuti, ma un testo fatto di immagini, anch’esse cadenzate, pesate, volte a raccontare, evocare, rappresentare, anch’esse dei contenuti; o un testo composto da immagini e parole. Sempre riflettendo, in realtà, su questo spirito del tempo, perché in questo workshop, di creare immagini a caso, non ce ne è importato nulla, e a quanto pare, tutto torna, il testo e lo zeitgeist.

Valeria Pierini

* ‘Mondo cattivo’, Marlene Kuntz, Bianco sporco, Emi, 2005.
** ‘Istantanee d’inquietudine’, Norberto Luis Romero, Edizioni Arcoiris, 2012.

Per il progetto completo: www.facebook.com/incontridifotografia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

‘This mess we’re in’ Alessandro Comandini e Valeria Pierini
progetto finale workshop ‘Cose, luoghi e persone’
in collaborazione con Associazione Culturale Deaphoto, Firenze.

‘This mess we’re in’ è un dialogo semi-stonato tra due esistenze.
Partendo dalle suggestioni tipiche della narrative art, che vogliono l’uso di fotografie e testi come unicum, gli autori hanno dato vita ad una corrispondenza che lavora per richiami: visivi (si inizia col primo dato dall’incipit di Alessandro) e testuali, (il secondo, con l’ingresso di foto e testi insieme). Qui, la presenza dell’interlocutrice entra di prepotenza tramite un copioso flusso di coscienza di stampo diaristico e inedito: dalla carta all’opera a quattro mani, testi scritti, non elaborati o contestualizzati in altre opere, testi presi e usati come degli object trouvé o ready made, capaci – chissà – di dialogare con quelli di un altro e, forse, speranzosi di essere ‘custoditi, lavorati, distillati e masticati’ da qualcuno che non sia l’autrice. Si evince la grande lezione dell’arte partecipata, ovvero dare a qualcuno la propria esperienza affinché la rielabori fino a che non diventi altro, perché delle cose che accadono bisogna parlare fino a che non perdano forza o si trasformino, perché ‘pronunciare qualcosa è farla accadere*’ ed è qui che il limen tra realtà e fiction svanisce.
Nasce quindi una corrispondenza fatta di immagini e testi.
La scelta dell’analogico e della fotografia istantanea non vuole che esasperare la provenienza diaristica del progetto: impressioni visive e frasi e pensieri, dove non si sa dove finisce l’autobiografia e inizia la fiction. Quale miglior mezzo dell’imprevedibilità delle istantanee per fissare stati d’animo, per fermare l’evoluzione di una non-storia? perché non si stanno qui raccontando i fatti, né si documentano eventi o luoghi. L’unica traccia di narratività è scandita dal botta e risposta: testi uniti a immagini e immagini a volte da sole che rompono lo schema narrativo creato in apparenza; forse due monologhi scambiati tra due sconosciuti, dove l’unico filo conduttore sono le impressioni che ognuno fissa nelle proprie battute. ‘Il pasticcio in cui ci troviamo’ è una grande metafora, rafforzata dal finale che si accartoccia su se stesso dove il testo entra nella foto in un gioco di ‘vedo non vedo’, una metafora del pasticcio in cui ognuno si trova con qualcun altro in vari modi e mondi, o, sovente, da solo. E queste pagine di diari personali scambiate e assemblate, ce ne danno la prova, attraverso la finzione narrativa, che più di altri mezzi, riesce ad imbrigliare e raccontare la vita, al pari degli atlanti scientifici.


Valeria Pierini

* Emily Dickinson

 

Tutte le Polaroid:  © Alessandro Comandini, tutte le Instax:  © Valeria Pierini.