De rerum natura (2013)

Shooting per Attebasile.

Naturalia non sunt turpia.
‘De rerum natura’ è tratto da un sogno che ho fatto durante gli studi preparatori allo shooting per la collezione. Io ed Elisabetta cercavamo un luogo luminoso a cavallo tra l’antico, l’abbandonato e il verde umbro. Volevamo creare qualcosa di sospeso tra due dimensioni: quella reale e quella onirica. I suoi lavori, ispirati a motivi floreali ci hanno suggerito di usare dei fiori bianchi come tappeto dello shooting. Il bianco è purezza, i fiori in sogno rappresentano qualcosa in nuce e delicato e spesso simboleggiano l’anima. Nel mio sogno, ambientato in una costruzione antica c’erano degli uomini ad occhi chiusi, in fila, uno vicino all’altro, che tenevano ognuno un teschio in mano. Davanti a loro c’erano delle ragazze disposte anche loro in fila l’una accanto all’altra che tenevano in mano un nido ciascuna. Così io ed Elisabetta siamo partite alla ricerca di un luogo ameno e, scavando tra la simbologia nei sogni (il mio in primis) e delle leggende popolari in materia di spiriti e rituali di buon auspicio (affini al significato dei simboli sopra citati), siamo giunte a concepire il lavoro finale.

Stanley Burns

Stanley Burns, aveva raccolto in due album, i volti di persone morte, che conservava nel suo smisurato archivio fotografico. «Sembra che stiano dormendo» considerò lei, scivolando con un dito umido sulle pagine e soffermandosi, con gusto novembrino, a cercare i segni di una parentela con quei vuoti di intenzione, adagiati su poltrone scomode e grandi letti vittoriani. Lui forse percepì un fremito di orgoglio fra le cosce, per aver disposto con perizia, quelle piccole molliche, capaci di trattenere la sua attenzione. De rerum natura è la trasposizione di quel sonno dei ricordi, che non contempla più resistenze e privazioni, la sublimazione di quel continuo abbandonare qualcosa di noi alla deriva. Nel buio duttile che liscia il retro delle palpebre, un ultimo film viene proiettato all’infinito: l’esatto istante in cui ci incontreremo come compagni eterni e sarà un sollievo, sentire i suoi capelli, raschiare via dai muri tutti quei pensieri ingombranti, far crescere rampicanti intorno a noi e lasciarsi finalmente soffocare. Era confortante per lei, attardarsi sulle pagine e pensarlo come un sonno dispensato da scadenze, come un velo capace di attenuare i contrasti del sole, aspettando che un sudario di fiori morti e foglie, uscisse dalla terra per proteggerla dalla noia volgare di vivere. Perfettamente inutile lo zelo di Burns, nel far risorgere dai classificatori l’America, i casi di Elefantiasi, i samurai o le misurazioni sugli aborigeni. Ormai i suoi occhi erano altrove. Perché era notte, era un buio cieco senza ritorno e già la foresta chiamava, per vestirla come una sposa.

Alessandro Pagni