Almost, artist residency in Derry

One

Versione Inglese/foto: Art Arcardia
Soundtrack: Spotify ‘Almost’

 

Dopo 2 giorni di viaggio inizia la mia residenza.

Le case hanno una luce bellissima e già le finestre sono di per se belle. Paola mi ha fatto vedere le mura e la mappatura della città. Ho percorso tutto il perimetro murario, gate per gate, bastione dopo bastione. Sopra le mura puoi guardare dentro le case e gli edifici. Abiterei in ognuna di loro. Ogni finestra è una storia che si apre e si svela.

Nella parte alta del Bogside c’è un vecchio edificio che sul tetto ha, gigante, un verso degli Undertones. Non posso non amarlo.

Mi stupisco dello scorrere del tempo, di come lo percepisco., le ore sembrano doppie, siamo molto a nord, in realtà, (54° N, come il Canada) e in questo periodo dell’anno ci sono almeno due ore in più di luce (il giorno nasce prima e muore più tardi). Mi affascina come più si salga a nord e più la luce aumenti. Noi del sud Europa, forse, non pensiamo a questo, probabilmente perché viviamo sapendoci in una zona temperata, andiamo al mare in estate, gli inverni non sono troppo terribili, la luce è quasi ben calibrata, nella sua durata, tra giorno e notte. Forse non è un caso, ma prima che partissi, tutti mi chiedevano che clima facesse in Irlanda Del Nord, nessuno mi ha chiesto mai quanta luce c’è. Sono circondata dalla luce, da quella che entra al mattino dalla finestra, a quella che pervade la casa, in ogni suo angolo, come nel mio studio.

Sono andata a Belfast. La città, tra edifici industriali di mattoni rossi, lucine e vetro, l’ho trovata bella e vivace. Derry è quieta e ovattata, a partire dai suoni a come si muovono le persone. Grazie all’ottima vista dal bus, ho avuto modo di saggiare ancora il paesaggio: la sua macchia, i colori, le pecore accovacciate che a tratti si confondono con i cespugli. Si rinnova la prima impressione avuta durante il viaggio da Dublino a Derry: è un paesaggio finora a me familiare: il paesaggio italiano (specie dobve vivo, in Italia centrale) è immensamente verde, la macchia è simile. Il paesaggio notturno, potrebbe sembrare di qualche piccolo centro visto dalle autostrade italiane. In Italia, però, spesso spunta un borgo incassato sulle colline o le montagne, qui l’antropizzazione, invece, è meno fitta. Di certo, non meno affascinante.

Ho iniziato a fotografare il giardino di St. Augustine, dove affaccia il mio studio, nella Old Schoolhouse, in diverse ore della giornata. Conto di fare questo esercizio, che solitamente consiglio di fare alle mie classi durante i miei corsi di fotografia, per una settimana. Stessa inquadratura, stesse impostazioni tecniche di scatto, a cambiare è la luce, di ora in ora, di foto in foto. Quando ti danno l’opportunità di lavorare in un luogo che diventa il tuo studio e il luogo della tua mostra e che deve essere la base di partenza per la tua opera, inizi a vederlo sotto diversi punti di vista. Nel mio lavoro mi distacco molto dalla mera documentazione, questi esercizi di accumulazione sono in primo luogo riflessioni concettuali sul tempo, su quello che abbiamo davanti ma di cui non ci curiamo. E’ un esercizio per fotografare qualcosa di apparentemente in-fotografabile, almeno quando lo faccio con i miei studenti. Nel mio caso, ho un po’ più di fortuna, essendo il giardino di St.Augustine, delizioso e ben tenuto.

Sabato cammino lungo il fiume verso nord e ad un tratto sento l’inconfondibile e vibrante profumo del mare ed assisto al Foyle che ingloba le maree del Mare del Nord, invertendo il corso della corrente, gonfio di vento e acque scure e violacee.

 

Aspetta: un flusso di marea

sta rovistando

al fondo di tutti i campi,

dirupi e greti ciottolosi.

(Linea costiera, Seamus Heaney)

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Two

Versione Inglese/foto: Art Arcardia
Playlist: Spotify ‘Almost’

 

Se vai in giro con una macchina fotografica sei un turista, quindi, i fotografi possono camuffarsi da turisti, perché questi sembrano godere di un lascia passare particolare. Qualche giorno fa, lungo il fiume, un uomo arriva e mi chiede se mi piace Derry, se sono americana e mi dice che anche sua moglie fotografa qualsiasi cosa ‘like a tourist’, mi vedo quindi costretta a spiegare che io le foto le faccio per lavoro. A forza di lavorare con musicisti principalmente americani dico ‘Hi’ invece di ‘Hello’ e ‘yeah’ anziché ‘yes’, quindi, posso sembrare un’americana grazie alle parole che uso e all’accento, oltre che sembrare un’italiana che parla un pessimo inglese.

‘Ti porto in un luogo che non è segnato nelle mappe’. Con immenso piacere, mi faccio portare tra Portstewart e The Dark Edge, tra Grianan of Aileach e Fort Dunree. Il senso di vertigine, tra le alture dei luogh e la vastità dell’Atlantico vestito da Mare del Nord, la meraviglia davanti a scheletri di balena e piccole statue di drago che vedo, in questa due giorni tra il bog e il mare, è qualcosa con la quale vorrei poter vivere tutti i giorni. Ma forse, quello che conta, è saper osservare e sentire: ‘sono tutti bravi a diventare consapevoli e in armonia col mondo davanti all’oceano o nel bog, il difficile è farlo quotidianamente’.

Inizio ad avvertire l’assuefazione a tutta questa luce, mi sorprendo senza occhiali da sole in situazioni in cui li porterei; da vera rock star potrei stare dentro il mio studio indossandoli per tutto il giorno. Non è proprio il sole il mio nemico ma la luce diffusa che tanto mi piace usare in fotografia. Forse sono una fotografa atipica. Forse non sono una fotografa. Mi parlano del winter blues tipico di chi vive a queste latitudini. A me, il blues mi prende dalle 19.00 in poi, in questo crepuscolo dilatatissimo, questo cielo lattiginoso che c’è nell’ora in cui ci si ritira, si pensa al riposo e alle coperte e alle luci soffuse della camera.

La pioggia-non pioggia, che se fosse per causa sua tutti qui non dovrebbero fare mai nulla. Noi del sud Europa, a volte, procrastiniamo le cose più piccole a causa della pioggia. Io, ho sempre odiato l’uso dell’ombrello – perché tanto, si sa, non ti ripara mai abbastanza – qui, devo dire che ci sto bene perché sono abituata a girare senza portarmi dietro quell’inutile fardello.

Ho finito di fare le foto al giardino di St. Augustine. La cosa interessante, è che le ho scattate in orari di lavoro, quindi, seppure avendole fatte in diverse ore per sette giorni, le ho sempre fatte in condizioni di piena luce; sarebbe stato ‘facile’ fotografare, da vero fotografo, tutte le ore del giorno, anche col buio. La mia intenzione è stata catturare la luce, lavorando quindi, dalle 9.00 alle 20.00. In questo modo, tra un giorno e l’altro non c’è soluzione di continuità grazie alla mancanza del buio. Una metafora, forse, delle giornate nei mesi caldi al Nord. Sto raccogliendo le storie riguardanti le mura di Derry, ognuna, scritta a mano su un qualsiasi foglio, diventerà parte della mostra, corredata da una foto realizzata ad hoc.

In un giorno tra il lunedì e il venerdì, apprendo che una mia amica, con la quale ho lavorato nel mondo della musica, non è più. ‘Perché proprio adesso?’, ‘Cosa faccio da così lontano?’ Vado in chiesa. Fossi vicino al mare, nostro grande amore, mi fionderei a riva ma qui ho una chiesa attaccata allo studio-non pratico nessun culto-ma penso che, proprio per questo a lei piacerebbe, del resto avevamo un’ammirazione per le drama queens. Mi siedo lungo la navata, le vetrate colorate, i soffitti alti. Mi ritrovo ad aprire il libro ‘Thanks and prayers‘, lo sfoglio nervosamente: ‘praise the one who breaks the darkness‘, torno a battere sui tasti – scrivere le piaceva e lo sapeva fare molto bene – questa volta non passo per carta e penna, ho bisogno della violenza del ticchettìo nervoso e scalmanato, di quando riversi le parole quasi senza pensarci su.

Praise the one who breaks the darkness.’

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Three

Versione Inglese/foto: Art Arcardia
Playlist: Spotify ‘Almost’

Derry stories

La prima cosa in cui mi sono imbattuta appena arrivata a Derry, è la storia, letta al bancone di un pub, di Dopey Dick, un’orca che nel ’77 si è fatta una nuotata lungo le sponde del Foyle.

Quando sono stanca vado a sedermi di fronte al fiume, sperando di vederla.

Ho fatto delle ricerche ed ho scoperto, in alcuni articoli di pochi anni fa, che Dopey Dick è vivo e sta bene. Lo hanno identificato in un pod di orche, che nuota qui a nord, con l’esemplare fino ad allora conosciuto come ‘Comet’. Mi viene da pensare alla ‘Comet’ di Betlemme.

 

Café

Una mattina vado in un cafè, mi siedo fuori, sulla strada in pendio, dove comincia il Bogside, mi rollo una sigaretta perfetta ma scopro di aver lasciato l’accendino a studio.

Davanti a me c’è un barbiere: una ragazza fa i capelli ad un tipo, fuori dalla porta, dal pub all’altro lato della strada viene musica anni ’90 – forse una mattina di ordinaria amministrazione a Derry.

Una canzone dopo l’altra, mi fa impressione trovarmi catapultata alla mia prima adolescenza, tra i ricordi, in un luogo che non sia quello dove vivo e all’apparenza molto diverso.

Chiedo l’accendino al ragazzo del barber shop, dopo un po’ torna con una scatola di fiammiferi.

Il tipo al pub davanti a me osserva tutto con la sua mug rosa. Spero vivamente che contenga del whisky.

 

Libri e Vintage

Sono finalmente entrata nella libreria di libri usati vicina al mio studio.

La valigia troppo piccola e già piena dei miei quaderni mi ha impedito di svuotare il reparto poesia: edizioni dimenticate o sconosciute in Italia di Thomas, Yeats, Heaney. Ci sono tre uomini, uno mi chiede da dove vengo e non appena gli dico che sono italiana parte: ‘ho visto Pirandello a teatro, il suo black humor mi piace, its like Beckett…and Joyce! He lived in Trieste!’, ‘Yes, I know, I’ve visited Trieste, some year ago’.

Mentre parlava, mi riempiva le mani di libri, schivo le ‘Fiabe irlandesi’ di Yeats: ‘I know this book, thanks’, ma lui continua: ‘Heaney’ You know Heaney!’ e mi mette tra le mani, il suo ultimo libro autografato. Facendo la vaga e ringraziando, appoggio i volumi sul bancone (che corrisponde a sterminate pile di libri, mica si vede più il bancone). Il tipo torna per tre volte a ridirmi di Pirandello, Beckett, il black humor, Joyce e Trieste mentre io tento di ripiegare le mappe che avevo aperto.

Oh, library stories, I suppose.

Cercando materiale per il prossimo progetto ho girato spesso per negozi vintage.

In uno di questi ho trovato una cartolina che ritrae un quadro dipinto di Millais per la Pears’ soap: ho visto l’originale alla Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, il mese scorso. Non potevo non comprarla.

 

Film

Visitare Brooke Park è fare un viaggio soffuso tra grandi viali, aiuole perfette e odore di erba appena tagliata. A tratti, il fruscio degli alberi verdi, mi ha fatto pensare a Thomas: mi aspettavo una jeep piena di mimi o che ne so, scoprire i resti di un delitto tra qualche cespuglio. La città sembra lontana, proprio come in Blow Up, giri un angolo o attraversi la strada e d’improvviso trovi il silenzio.

 

Almost

Sto preparando l’allestimento della mostra.

Ho raccolto le storie delle persone che riguardano le mura della città: sono scritte in qualsiasi modo e in qualsiasi pezzo di carta, saranno parte integrante della mostra. C’è chi ha scritto la propria storia su carta da musica trovata davanti casa, chi a sei mani con mariti e figli, chi ha fatto anche dei disegni…E’ davvero emozionante, non solo rendere partecipi le persone ma renderle attive attraverso la scrittura autografa. Ed è altrettanto entusiasmante ricostruire (o immaginare) la storia di una città attraverso i racconti della comunità che la vive.

Penso di essere dentro ad un’esperienza molto importante, amplificata dalla partecipazione delle persone attraverso l’uso della scrittura, spesso a mano che rende tutto un po’ più tangibile, un po’ più umano.