Il libro degli eventi

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

W. Szymborska

 

Come raccontare un vulcano e il suo ambiente, tanto antico quanto mutevole?

E’ possibile unire la scienza e la pratica artistica?

Come si portano queste due forme di conoscenza tra le persone?

Come raccontare un vulcano e il suo ambiente, tanto antico quanto mutevole? E’ possibile unire la scienza e la pratica artistica? Come si portano queste due forme di conoscenza tra le persone?

‘Il libro degli eventi’ è un progetto nato per essere svolto durante una residenza artistica a Catania e dedicato all’Etna. Progetto sfumato a causa della pandemia e attualmente in stand by. Viste le continue chiusure e cambi di regole a causa dell’emergenza sanitaria che impediscono spostamenti e riunioni di sorta, Valeria Pierini e la curatrice del progetto, Virginia Glorioso, hanno deciso di lavorare lo stesso.

LA RESIDENZA D’ARTISTA SENZA LA RESIDENZA / UN QUADERNO DI APPUNTI

In attesa di poter realizzare concretamente il progetto originario, è stato pubblicato il backstage, sul sito di Valeria Pierini, fruibile a tutti, pubblicati sul suo sito, ogni due settimane, dove, ogni passo del processo creativo, è corredato dalla relativa riflessione critica riguardo la fotografia e la tipologia di lavoro artistico svolto. Il progetto inizia con le riflessioni di Valeria in sede di stesura del progetto di residenza e termina percorrendo una vera e propria ‘odissea vulcanica’, discostandosi dalla residenza e lavorando propriamente da remoto, sull’Etna sui vulcani che diventano tramiti per accedere alla scrittura meta-fotografica e meta-artistica, un viaggio intellettuale e interiore dell’artista che parla agli altri, di vulcani ma anche del suo lavoro. Una  vera e propria  residenza d’artista senza il luogo specifico. ‘Siamo mutevoli quanto il Vulcano, dunque, certe che lo spirito di adattamento, in questo momento di difficoltà sociale e lavorativa diffusa dalla quale gli artisti non sono per niente esclusi, sia uno stimolo verso un’evoluzione sociale ed artistica consapevoli.

***

#1  Vulcano/imprevisto tecnologico

Una residenza d’artista senza il luogo specifico.

Lavorando da remoto è possibile? Ed è possibile quando il luogo/soggetto è un vulcano?

Si, se abbassiamo tutte le costrizioni fisicamente intrinseche alla fotografia. Non che le questioni qui affrontate non siano fotografiche: partono dalla fotografia, passano, di molto, attraverso la post-fotografia e arrivano ad essere questioni-riflessioni-pratiche meta-fotografiche, artistiche addirittura. Per costrizioni fisicamente intrinseche alla fotografia intendo la convinzione che ci lega all’atto pratico di scattare-produrre immagini. Si lavora con le fotografie, si scrive con la luce, anche se quei testi non li abbiamo scritti noi. Si lavora attraverso la ricerca iconografica, l’archivio, la found photography, la manipolazione. Posso produrre immagini partendo da un insieme visivo prodotto da altri: montare, smontare, alterare foto, una nuvola da una foto, una montagna da un’altra, ho la mia immagine senza aver scattato una fotografia. Se non le scatto io, cosa sono? Sono sempre fotografie – digitali – un insieme di informazioni in codice binario – ma analogo ad un insieme di sali d’argento ottenuti in camera oscura dal montaggio di una nuvola, una montagna, tutte derivanti da immagini diverse e che vanno a comporre una nuova. Quindi: il soggetto del lavoro (il Vulcano) è fisicamente assente, le fotografie non vengono scattate, cioè acquisite da me attraverso una macchina fotografica (o dispositivo in grado di catturare immagini: tablet, cellulare…).

Qual è la miccia?

La miccia è che per preparare un progetto, solitamente, ci si documenta sull’argomento, con materiale eterogeneo e su diverse tematiche annesse, prima di giungere al PUNCTUM del progetto da realizzare, prima di sintetizzare la nostra idea in un quid. Testi, materiale audiovisivo, scienza, letteratura, storia, mitologia, fotografie, disegni, arte. Tutto questo confluisce nel mio diario e le immagini di oggi vi sono giunte proprio così, cercando su Internet. Definito il progetto che realizzerò fisicamente sul Vulcano, mi sono ritrovata con moltissimo materiale – presumibilmente – in eccesso, di scarto – non pertinente col mio PUNCTUM finale – ma che dal medesimo Mare Magnum delle mie ricerche proviene. Abbiamo deciso di pubblicarlo. Dicevo, una residenza d’artista senza il luogo fisico. Quanti lavori possono essere fatti su uno stesso soggetto? E su un soggetto fisicamente assente? Si può unire l’arte alla scienza? Dove sono i limiti tra la documentazione e la finzione, specie se il mio soggetto è lontano? Se già il mio progetto ultimo è poetico e scientifico insieme, mischiando dati e immagini il più realistici possibili e le memorie degli altri, va da sé che siamo ben lontani dal concetto di cronaca-documentazione obiettivo. E sfatiamo un mito: la fotografia non è oggettiva. Tolto questo assunto dalla scarpa, andiamo avanti confermando che ogni cosa qui presentata è reale ed alterata insieme. È una possibilità, una versione della storia. Questo modo di raccontare aumenta le possibilità di comprensione e immaginazione della ‘realtà’. Esercizio artisticamente e socialmente utile. Quando insegno alle persone a fotografare faccio scomporre lo stesso soggetto – spesso banale – quante volte e come posso fotografarlo? Quando al soggetto aggiungiamo un contenuto, un significato, la moltiplicazione dello stesso attraverso le fotografie cresce esponenzialmente. Bene. Questa serie di fotografie è stata esposta ad un’analisi e ad una relativa e pertinente manipolazione svariate volte. Oggi si presenta la prima. Nei miei diari queste fotografie sono stampate poco meno grandi di una cartolina e passano quindi per la stampante. Senza manipolarle, ho scelto delle foto e ho ordinato alla stampante di stamparle. Succede che la suddetta macchina sta finendo l’inchiostro e mi ritrovo con una serie di foto alterate, a suo piacimento, in base alla quantità di inchiostro disponibile. Strisciate orizzontali a parte, se già un vulcano è considerato una specie di terra aliena, desolata e ostile alla vita (grossissimo fraintendimento su Madre Natura, questo) mi sono trovata per le mani le foto di un mondo, non solo a me lontano, ma, diciamo, inteso come qualcosa che sulla Terra non esiste. Rallentata nella compilazione del diario e infastidita nell’avere qualcosa che non volevo e che nell’immediato non mi serviva, decido di incollare le foto sul quaderno, nonostante la sfiga. Almeno non spreco carta e inchiostro, già inutile di per sé, almeno per quello che volevo servisse. Ma nonostante la mania progettuale e di controllo sul processo, un artista sa far tesoro dell’imprevisto, quand’anche dell’errore, anche tecnico come in questo caso, magari in modo inconsapevole ma è tanto più maturo, forse, quanto più dà ascolto al pensiero laterale. Forse si potrebbe parlare di ‘imprevisto tecnologico’. È così che incollo e guardo quelle foto e capisco come andare avanti. I vulcani e le scienze della terra sono una mia passione da quando ero bambina, quindi, già felice per questo progetto, decido di non sprecare nessuna occasione di riflessione e creatività che mi avrebbe portato.

Ho guardato le foto sul quaderno e sono andata a cercarne altre sul Sistema Solare e nella fantascienza.

Dov’è dove?

***

#2 Vulcano/Marte

Il passo successivo è stato pensare di invertire digitalmente i colori delle foto. Il risultato è stato che, a causa della colorazione, possono sembrare foto scattate su Marte.

Le foto che vediamo di Marte risultano ‘rosse’ a causa delle caratteristiche del pianeta, ovvero la presenza nelle sue rocce di ossidi di ferro la cui lunghezza d’onda corrispondente è relativa alle colorazioni della scala del rosso. Non sono le foto ad essere rosse ma è il soggetto ad esserlo, nel senso che la sua composizione chimica restituisce la lunghezza d’onda del rosso. La composizione delle rocce di Marte, fa sì che il pianeta sia ‘rosso’, da qui la denominazione, infatti. E’ possibile ottenere una foto ad un soggetto ‘tendente al rosso’ ma con bilanciamento tendente al bianco ma più il soggetto è ‘intriso’ di rosso e più è difficile tendere al bianco, complici gli strumenti ottici utilizzati, la loro risoluzione e i canali colore delle immagini. (E la stessa cosa vale per le foto che stiamo ottenendo dalle sonde attualmente su Marte, che ci mostrano un pianeta blu, a causa delle particelle dell’atmosfera e del loro comportamento, buffo no?) E’ come quando si fotografa un tramonto: l’immagine è talmente intrisa di rosso che è difficile togliere la dominante, ottenendo i colori del tramonto ma tendenti al bianco. In astronomia, spesso, le immagini che vediamo sono i risultati di una sovrapposizione di centinaia di scatti, realizzati a diverse lunghezze d’onda, con filtri e contrasti che ci permettono di percepire ‘bene’ i soggetti delle foto. E’ per questo che solo nel 2020 abbiamo ottenuto la foto a più alta risoluzione mai realizzata di Marte, risoluzione tale da fare risultare il suo panorama meno ‘alieno’ al nostro occhio, con un bilanciamento del bianco ‘neutro’, per dirla facile. Qual è, quindi, la questione che fa somigliare le foto manipolate del Vulcano a Marte? – innevato, certo, ma l’immagine socialmente condivisa di Marte, mi fa localizzare queste foto della Montagna come se fatte su Marte. Potremmo anche aprire la parentesi proprio sui costrutti sociali attraverso i quali leggiamo un testo visivo, ma non è il topic di oggi.

Invertire i colori in fotografia significa ottenere i colori opposti ai colori di partenza della foto. Da foto trovate in rete con un profilo colore RGB, le foto del Vulcano sono colorate di una scala colore compresa tra l’arancione, il giallo e il rosso. C’è la verità in queste foto, dove finisce? Valgono, per chi e quanto, foto di un dato reale seppure manipolate? Sono vere a metà? E l’altra metà è licenza poetica, fiction o un giochino da incompetente e smanettone che gioca a fare il divertissment positivo-negativo? E le foto in bianco e nero, quindi, che cosa sono? – sono vere perché ritraggono un dato reale ma parziali perché eliminano le informazioni sul colore che tanto ce le faceva sembrare banali e volgari, fino a che non abbiamo accettato la fotografia a colori, pensando che il bianco e nero lasciava i sentimenti, le ossature delle cose, del mondo? Probabilmente potremmo davvero confondere il Vulcano con Marte, in base alla conoscenza visiva che ne abbiamo, specie se non specificassimo che luogo è. E se mischiassi le foto del Pianeta e del Vulcano? Raccogliendo immagini omogenee del Pianeta e del Vulcano (dati reali), presenterei un mondo che di fatto non esiste, i cui elementi-immagini sono lontane anni luce, un luogo irrealizzabile senza immaginazione.

Dove finisce la verità in queste foto?

Forse – continuando sul filone metà vero e metà falso – troverò ancora una volta una via potenzialmente immaginifica, dove, unendo scienza, dati reali e fiction, manipolazione e immaginazione, le possibilità di lettura si moltiplicheranno aprendo altre strade alla conoscenza del Vulcano.

Dov’è dove?

 

 

Foto Etna: non è stato possibile risalire all’autore.

Foto Marte: Curiosity/NASA; altresì non è stato possibile risalire agli autori delle foto.

Very effort has been made to trace the copyright holders and obtain permission to reproduce this material. Please do get in touch with any enquiries or any information relating to this image or the rights holder.

***

#3 Vulcano/classificazione

I vulcani si dividono in esplosivi ed effusivi.

I primi si trovano, per lo più, a ridosso delle faglie di subduzione, ad esempio lungo la Cintura di fuoco del Pacifico che percorre tutte le coste dei continenti su tutto l’Oceano. Queste faglie hanno generato i terremoti più devastanti e le eruzioni più catastrofiche della Storia. I vulcani esplosivi hanno un magma di tipo acido, ricco di silice che trattiene i gas, generando così una pressione tale da farli esplodere: gas, ceneri e pomice e altre diavolerie vengono proiettati nell’atmosfera, le nubi collassano sotto il loro stesso peso, generando flussi piroclastici che seppelliscono ogni cosa e chiunque, sono veloci e molto calde (è un eufenismo, questo). Questi vulcani, quando eruttano, generano una serie di effetti collaterali che si diffondono anche a moltissimi kilometri di distanza dal vulcano: frane, alluvioni. Ho letto che esiste un paesino nella Terra Del Fuoco sommerso da una frana di cenere e fango. Distava 80 km dal vulcano. I secondi (vulcani a scudo) si trovano sopra dei punti caldi, come ad esempio quelli di Hawaii e Riunione (punto caldo); o a ridosso di faglie divergenti, come L’Erta Ale nella regione di Dancalia. Un caso che unisce questi due sopra citati è l’Islanda che si trova sopra un punto caldo ed è una delle parti emerse della Dorsale Medio Atlantica, la catena montuosa (vulcanica) più lunga del mondo. In Islanda c’è un punto dove puoi vedere questo tipo di frattura emersa: se sei in un lato sei sopra la Placca Euroasiatica, se sei nell’altro lato sei sopra la Placca Nordamericana. Alla faccia della geografia politica. Che beltà. Gli effusivi hanno una lava di tipo basico, meno viscosa della precedente, fluida e scorre a fiumi. L’Etna è uno stratovulcano con eruzioni esplosive ed effusive. Una gentile via di mezzo.

Le sue manifestazioni principali si definiscono ‘parossismi’: ‘c. P. vulcanico, il complesso dei fenomeni esplosivi coi quali un vulcano entra in attività: costituisce la fase più pericolosa, quella che accompagna i terremoti di natura vulcanica con il lancio di materiali di varia grandezza, cui segue la fase di eruzione vera e propria.’* Alle prime voci del dizionario, in merito a parossismo, leggo: ‘l’acme di un processo morboso. Esasperazione di un sentimento, di uno stato d’animo, condizione di forte eccitazione’* e lo trovo molto poetico. E’ curioso, come la scienza, usi dei termini o li accosti in modo ‘poetico’, evocativo, o meglio, per me non è curioso ma lo è alla luce di come noi trattiamo la scienza e la poesia, attribuendo ad una, un alone di freddezza, a tratti anti estetica e per niente patemica, all’altra, invece, attribuiamo qualcosa che a tratti sfocia nel patetico se non nel ridicolo (quando la nostra attribuzione diventa esasperata). Facciamo corrispondere la capacità simbolica dei Sapiens ad un alto grado di intelligenza della specie, tuttavia contribuiamo a pensare, in nome dell’efficienza e della tecnocrazia, che la poesia sia qualcosa di inutile, dimenticandoci che senza le capacità immaginifiche (tipicamente affibbiate ai poeti) e il potenziale dell’immaginario, non avremmo potuto evolverci al punto in cui siamo, nemmeno gli scienziati. Gli scienziati ‘immaginano’, senza immaginazione non avremo predizioni, teorie, grattacieli, aerei, niente, forse non avremmo nemmeno attraversato e superato il Riff africano dal quale veniamo, incapaci di seguire le tracce degli animali e di capire che potevamo spostarci laddove c’erano materie prime (ad esempio l’ossidiana, tipicamente vulcanica).

Anche l’etimologia della parola ‘vulcano’ è interessante: vulcanus, da volk – agnia = mago del fuoco**; vulcanus, volcanus, arcaico volkanus***.

Come posso usare del materiale preesistente? Cosa mi attira di questo processo di riappropriazione?

Quello che mi accade, quando uso la found photography, è scoprire cosa vedo io da quel materiale, cosa vedo io implica anche cosa vedo io a posteriori di una mia manipolazione atta ad ottenere ‘ciò che vorrei vedere’. Tutto finisce inevitabilmente nel mio diario, anche le immagini dei parossismi. Che sembrino disegni o fotografie manipolate non ha importanza, quello che importa è ottenere la visione del mondo come vorrei che fosse.

Il quaderno, per gli artisti che lo usano, è uno strumento di lavoro importantissimo: da raccoglitore di informazioni spesso diventa a sua volta un’importante fonte creativa. I quaderni svelano ciò che si trova tra l’idea e l’opera finale: è come entrare nella mente dell’artista. Non c’è un quaderno uguale ad un altro né artisti che compilano quaderni uguali a quelli di altri. Ci sono quaderni dedicati a specifici lavori, o quaderni generici dove di volta in volta finiscono i progetti di turno. Può finirci di tutto: foto trovate in fase di ricerca, citazioni di testi, mappe, provini, foto fatte col cellulare a scopo preparatorio o per annoverare location o situazioni, schemi di lavoro, elenchi di fonti, testi dove l’artista parla a sé stesso sull’andamento dell’opera che sta realizzando, o sulla sua vita di artista, su cosa correggere del tal progetto, cosa potenziare. E ci sono i disegni: che siano veri e propri storyboard o bozzetti per fissare cose viste o il setting di uno specifico scatto fa lo stesso. La tecnica non ha importanza, né quanto e se si sia capaci a disegnare, l’artista attua tutte le strategie che gli sono utili ad improntare le proprie ricerche e a svolgere il lavoro. A volte mi è capitato di usare i disegni, consapevole di non saper disegnare, ma per fissare la scenografia delle foto, poi, abbandonando definitivamente il mio senso di inadeguatezza verso il disegno, i bozzetti sono diventati parte dell’opera, a volte ho usato i colori per poi rifare foto con le stesse posizioni e palette dei bozzetti. Altre volte mi accontento di segnare a penna i tratti di cose che vedo nei documentari, come in questo caso. Mi piace andare oltre il semplice uso della fotografia e parto dal presupposto che nel mio diario non devo rendere conto a nessuno…diciamo più del solito, ecco. In questo modo il diario mi suggerisce anche l’andamento visivo e i media da utilizzare nei miei lavori. Quando lavoro a progetti a cavallo di diverse discipline, specie a ridosso della docu-fiction non mi dispiace pensare all’uso del taccuino che facevano i disegnatori o gli stessi studiosi a scopo scientifico. Quando non c’era la fotografia si disegnava, del resto, e si de-scriveva a parole quello che si esperiva. Qui però finiamo nell’ambito dell’annosa questione tra fotografia e reale, e di quella della scrittura di tipo documentaristico, dei report scientifici, delle lettere…testi visivi anch’essi, ma off topic, per oggi. Il processo creativo, può essere riassunto in diverse fasi, tuttavia è comunque più facile classificare i vulcani, così mutevoli, che imbrigliare il processo creativo e le varie tipologie che ogni artista ‘veste’ di esso, non si può essere scientifici con la creatività, si può avere un metodo, ricondurre le fasi di un progetto ad un elenco, ma le maglie sono larghe. Anche scordandoci, una volta per tutte, che l’artista sia un vate che viva di genio e ubriachezza. L’artista, parafrasando Nick Cave, ha disciplina, ogni giorno timbra un cartellino con sé stesso perché il fuoco sacro sia alimentato a suon di lavorìo pertinente alla propria disciplina e al linguaggio usato.

 

* Treccani ‘parossismo’.

** “Antologia; giornale di scienze, lettere e arti”.

*** Wikipedia/ Vulcano.

***

#4  Vulcano/ Dove Island

Un’Isola remota, in mezzo all’Oceano. Generata da faglie di subduzione, incoronata da Stratovulcani, la più alta densità di Stratovulcani sul Pianeta.

Gli Stratovulcani sono per lo più esplosivi, ce ne sono alcuni, però, che sono sia esplosivi che effusivi, con eruzioni caratterizzate dall’espulsione di fiumi di lava, poco viscosa, basica. Spesso questi fiumi incandescenti che arrivano al mare fanno avanzare notevolmente la superficie della Terra, che vince sul Mare. Altre eruzioni, invece, sono caratterizzate da una forte pressione, dovuta anche ai gas intrappolati nel magma acido e viscoso, quindi da violente esplosioni. Queste eruzioni sono in grado di aprire, far franare, far esplodere o sprofondare le montagne da cui provengono. Dicono che è quello che è successo all’Isola di Santorini, al Krakatoa, a Toba, che ha lasciato una caldera con un lago e che forse ha decimato la razza umana tra i 70 e gli 80 mila anni fa. Alcune di queste eruzioni, sono in grado di alterare il clima, come nell’anno senza estate ‘Eighteen hundred and froze to death‘, quando gravi anomalie del clima estivo distrussero i raccolti in Occidente. L’atmosfera, di già affaticata da precedenti eruzioni, non riusciva a lasciar passare i raggi di Sole. Una schermatura che avviene quando milioni di metri cubi di ceneri e gas vengono emessi nell’atmosfera, specialmente lungo le fasce sub-tropicali: da lì, sembra sia più facile per le correnti coprire gran parte del Pianeta, diffondendosi meglio che se provenissero da altri punti del Globo. Le ‘incessanti nevicate’ del luglio 1816 durante un’ ‘estate umida e non congeniale’ costrinsero Mary Shelley, John Polidori e i loro amici a restare al chiuso durante le loro vacanze svizzere. Essi decisero di gareggiare a chi avrebbe scritto la storia più spaventosa, e così Mary Shelley scrisse Frankenstein e Polidori Il vampiro. Gli alti livelli di cenere nell’atmosfera resero spettacolari i tramonti di quell’anno, tramonti celebrati nei dipinti di Turner. Secondo un’ipotesi formulata da J.D.Post della Northeastern University, il freddo fu responsabile, in qualche modo, della prima pandemia colerica del mondo.*

Il paesaggio dell’Isola è caratterizzato da una fitta e variegata vegetazione; in prossimità delle Vette, invece, il paesaggio è desolato e spesso innevato, sovente coperto di nubi, quando non sono colonne di fumo delle eruzioni e parossismi vari.

Tuttavia la vita procede tranquilla nell’Isola di Dove, così fuori dalle rotte che ogni ipotesi e tentativo di colonialismo all’Europea sono andati dissolti. Attirati, di certo, dalle possibilità agricole che i terreni vulcanici offrono, una volta che il ciclo, interrotto dal fuoco e dalla cenere, ricomincia, sono stati in molti a tentare di approdarvi e stabilirvisi. Ma l’Isola, come ogni luogo di Utopia li ha messi alla prova: un presunto periodo di quarantena per depurarsi ed essere pronti a scendere sulla Terraferma non è bastato. I piedi mortali e Occidentali non hanno retto il confronto con la purezza dell’Utopia lavica e non si sa che fine abbiano fatto. Eppure, partirono da numerose nazioni. Chi desideroso di instaurare il sistema bancario, chi l’agricoltura intensiva, chi di fare schiavi, chi di commerciare le ricchezze dell’Isola. Ma all’Isola di farsi colonizzare non gliene importava. ‘C’è n’è già uno di Occidente, ha già abbastanza terre, anche dove Occidente non è’, è una frase che dicono in molti da non si sa più quando, eppure non si capisce chi l’abbia detta o udita, né come le immagini siano pervenute a noi, visto che dall’Isola non è mai tornato nessuno.

Fu così che l’Occidente acquisì un’altra Utopia, l’Utopia dell’Isola di Dove.

Nemmeno un nome sono riusciti a dargli, tanto è il terrore e la riverenza verso qualcuno (o qualcosa?) a cui non interessa di avere importata la democrazia, instaurata la civiltà e che semplicemente ha detto di no. Il no, semplice e pacifico, spesso può spiazzare. Fucili o baionette, archi e frecce, non possono nulla contro una Terra di Utopia che decide da sola. Non sapremo mai quanti abitanti avesse Dove, se ne avesse, o se Dove fosse solo Madre Natura.

Forse Madre Natura, forse Dove, ormai, esiste dove non è arrivato l’Occidente.

 

L’Isola di Dove o anche della personale Utopia

Ho trovato una Terra composta da Stratovulcani, un’Isola fuori dalle rotte, un paesaggio ideale e sempre unico, perché anzitutto immaginato. Si possono creare territori nuovi partendo dalle similitudini tra un logo ed un altro? La visione è sempre parziale, allo stesso modo in cui non si può catturare un paesaggio-luogo per intero, allo stesso modo, inoltre, in cui si fotografa sempre e solo una porzione, un punto di vista. Le uniche vedute complete sono rappresentazioni e non immagini verosimiglianti come le fotografie: le cartine, le mappe possono racchiudere un paesaggio-luogo per intero. Oggi ci sono le immagini dei satelliti: ma più mi alzo dalla superficie, per poter meglio comprendere, in una visione, il luogo che mi interessa e più perdo i dettagli, sfiorando l’astrattismo quand’anche il minimalismo. Nemmeno le immagini della Terra dallo Spazio ce la danno nella sua interezza. C’è sempre una parte della Sfera che è dietro, in ombra. Quindi, le uniche rappresentazioni del tutto, sono solo quelle che ci danno un’IDEA di qualcosa pur rimanendo parziali? Le mappe sono una rappresentazione della realtà, ma non sono esaustive, racchiudono piuttosto delle possibilità. Più mi avvicino ai soggetti più sono scollegati dal tutto, Ghirri lo sapeva bene. Di quest’Isola, in mezzo al Mare, fatta di Stratovulcani, ne osserviamo delle vedute, trovate sul web.

Si tornerà più avanti ad approfondire le Isole e le Utopie.

L’Isola è una rappresentazione di una Terra possibile che trova la sua ragion d’essere nell’esercizio dell’immaginazione: come immaginare il Kilimangiaro e il Merapi, Il Nevado De Ruiz, il Tambora, il Popocatépetel, L’Etna nella stessa Isola. Come riconoscerli, quali le somiglianze, tra loro, che permettono di immaginarli nella stessa Isola, dov’è L’Isola di Dove?

Dov’è dove?

*Wikipedia/l’anno senza estate.

***

#5 Vulcano /  perdita di dettaglio

Ibridare la fotografia con altri mezzi offre riflessioni sempre interessanti ed anche eterogenee tra loro. Questo perché dipende sempre dai mezzi chiamati in causa e dove si arriva, qual è il processo che sta dietro e lo scopo narrativo, se c’è. In questo capitolo mi sono concentrata sul processo attivo e meccanico che mi ha portato ad ottenere le immagini finali del vulcano.

Una premessa.

Uno dei sentito dire più famosi riguardo la fotografia avviene quando troviamo davanti a noi una foto che racchiude una bella veduta, un panorama un paesaggio, per lo più (ma accade anche con altri soggetti), e diciamo: ‘che bella foto, sembra un quadro!’. Cosa vuol dire quel ‘sembra un quadro’?

  1. Che dire ‘che bella foto’ equivarrebbe dire che bel ‘soggetto’, essendo la foto la ‘diretta’ rappresentazione dello stesso, quindi magari il fotografo ci rimane male.
  2. Che solo un quadro, ovvero un’immagine frutto di tecniche di disegno e pittura, può dare una bella immagine.
  3. Che i suddetti ‘quadri’ sono gli unici a catturare la bellezza del mondo poiché sono tanto più belli quanto realisti o impressionisti (a seconda dei gusti).
  4. Che la fotografia è un mezzo meccanico e quindi la volontà del fotografo e il suo gusto sono totalmente sottomessi alla porzione di mondo racchiusa e all’inconscio tecnologico, per cui se la foto è bella è bello il mondo ivi raffigurato ma per essere bello artisticamente deve essere paragonato ad un quadro, perché è bello ciò che è dipinto, o perché non concepiamo che la fotografia possa essere un’arte (del resto, è così alla portata di tutti ed è così somigliante alla realtà che non può essere bella o un’arte, a meno che non venga camuffata con artifici estetici, forse gli stessi che ci fanno dire che sembra un quadro) e si riapre il dibattito sulle arti.
  5. Che il nostro senso estetico ed artistico è arretrato e si torna al punto ‘è bello solo ciò che è dipinto’.
  6. Che la pittura, essendo stata primeggiante tra le arti per secoli, fa sì che dire ad una foto ‘sei bella come un quadro’ vuol dire farle un complimento.
  7. Che la fotografia è realizzata attraverso dei canoni che prima erano tipicamente pittorici e allora fonda su di essi la sua ragion d’essere ed il suo valore, almeno quello estetico.

Diatriba tra le arti, arretratezza, archetipi collettivi e visivi, pittorialismo, modi di dire, chi più ne ha più ne metta.

Il processo.

Che succede quando coloriamo a mano le fotografie?

Ho scelto delle vedute dell’Etna, le ho stampate in bianco e nero (sempre con la mia stampante, quella del primo episodio, certa che il suo essere low fii avrebbe funzionato al mio scopo), le ho colorate con i pastelli, le ho scansionate, ho editato la scansione, l’ho stampata e l’ho ri-scansionata. Nonostante l’alta risoluzione delle scansioni, la stampa è piuttosto low fii (vedere righe tipiche di stampa), e, unitamente all’editing, mi danno immagini rarefatte quanto riconoscibili, cioè leggibili. Tuttavia la fotografia si perde e rimane solo la percezione di un disegno.

Scrive Franco Vaccari: ‘in uno spazio opaco, pieno di singolarità distribuite casualmente, non serve a molto avere uno sguardo lungo. Ci si muove a tasto disegnando mappe metamorfiche della geologia fluttuante. In uno spazio senza memoria i fenomeni diventano virtuali. Continuare a guardare a questi fenomeni come se si stagliassero su uno sfondo fisso produce dei ‘significati fantasma’ che come gli altri fantasma di chi ha subito una amputazione, sono pure allucinazioni dovute all’inerzia percettiva.(..) con ottimismo continuiamo a costruire le mappe dei nostri miraggi come cartografi impazziti.’*

F. Vaccari, Fotografia e inconscio tecnologico, Piccola Biblioteca Einaudi, 2011, Torino.

***

#6 Vulcano /  immaginario

Per la prima volta da quando ho iniziato questa residenza senza la residenza sono perplessa. C’è qualcosa che mi lascia stranita e straniata, forse perché il blog su cui sto lavorando adesso richiede più energia di quanto avessi preventivato, ma non è solo questo. Me lo dice il corpo.

Sto ricollegando tutte le altre volte che ho lavorato con modalità simili a quella di questo episodio e sento di avere molti puntini da unire. Ho realizzato che attraverso la finzione ho incontrato i vulcani altre volte. Anche quando la mia intenzione non era esplicita verso di loro. Sono dentro a un’ ‘Odissea vulcanica’ e non solo per questo progetto, ma perché nella mia carriera ho intrapreso quelle che oggi leggo come possibili tappe che mi hanno portato fino a qui. C’è il tema della catastrofe in ‘Parentesi del sogno’ (Requiem, 2012), dove ho sommerso di materiale nero alcuni scorci dell’Umbria; c’è ‘The dreamers’ (2014 -), dove ho evocato l’impossibilità di un amore con vestiti sepolti o adagiati su breccia nera-vestiti senza corpi- il contrario del risultato dei flussi piroclastici; c’è ‘Luogo #1’ (Iperuranio, 2014-2015)*, dove tra gli scenari alienanti che ho creato in studio, c’è quello che sembra il dorso di una colata lavica. Ricordo che ero a studio, dietro la macchina fotografica montata su cavalletto, quando entrarono i miei genitori e io tenevo due sigarette in bocca per simulare il fumo. Dopo questo episodio mi sono specializzata anche nella nebbia e nel fumo digitali.

‘Parentesi del sogno’ (dalla serie requiem, 2021), ‘The dreamers #6’ (dalla serie ‘The dreamers’ 2014-), ‘Luogo #1’ (dalla serie ‘Iperuranio’, 2014-2015).

Ecco, sento che sto ri-toccando molte corde, ri-toccando come foto ritocco, ri-toccando come toccando con occhi nuovi il mio percorso. E non è solo per il lavorìo con luce, prospettive, materie prime e sfondi – dove mi chiedo se ho davvero raggiunto le immagini che ho in testa. C’è un passato che ritorna e che adesso trova un’ulteriore completezza. Forse, tra i fili conduttori della mia ricerca, dopo il sogno, l’immaginario, la narratività, posso annoverare i vulcani. E se già questo è un progetto che vuole essere trasversale quanto più sono traversali e fecondi i vulcani, facendomi compiere dei moti a luogo figurati, immagina cosa vuol dire avere i vulcani veri e propri come materia di studio e progettazione, come nel caso di questo episodio. Vulcani come materia che raggiunge un punto di fusione e pressione per fuoriuscire. In effetti, sento come un tappo, ho tutte queste parole da far uscire, da mettere in fila, da organizzare in una nuova presa di coscienza del mio percorso artistico. Quante volte mi hanno detto che sono un vulcano (e io ridevo perché per me era normale essere come fossi e mi sembrava un complimento quasi da troppo) – quante volte mi sono sentita come un vulcano, in questi mesi così creativi, forse uno dei periodi più fertili della mia carriera, in cui, almeno in questa occasione, mi sentivo davvero come un vulcano. Solo che stavolta sento di avere questo tappo che mi lascia interdetta, con tutto questo marasma, che sento di dover fare pausa, ma anche fare, continuare, assecondando entrambe queste forze – contrapposte il giusto, forse sarà questa la via per uscire dalla dualità. E’ come quando hai una tentazione ma hai paura di scottarti.

Mi sto davvero rendendo conto di quello che sto facendo? Dedico al lavoro creativo la giusta attenzione o sono troppo presa dal resto del lavoro – telefonate, programmi, lezioni – che davvero faccio le cose come se timbrassi il cartellino (qui inteso come fare le cose in modo meccanico. Non mi rimangio la teoria che vede l’artista come un operaio che ogni giorno fa un pezzo nuovo, ‘una linea al giorno’, ha detto qualcuno). Sono abbastanza buone le foto che ho fatto? Ho lavorato con mezzi troppo arrangiati? – Detesto quando mi faccio questa domanda – un artista deve saper fare anche e soprattutto senza mezzi. Dove li metto 10 anni di carriera a mezzi zero, altrimenti?

Se volessi dare un valore, un messaggio al mio lavoro, alla mia carriera, forse, sarebbe proprio questo, contano le idee e tutto quello che metti in pratica per realizzarle, negli agi la creatività è spesso viziata. E mi sembra che fare un lavoro sui vulcani da remoto possa esserne una buona dimostrazione.

Il processo

Ho fatto alcuni screen shot di un documentario dove vengono mostrati particolari di città sommersi dalla lava: statue, chiese, cornicioni. Ho scelto quali soggetti ritrarre, ho reperito questi soggetti in scala, trovato il materiale e allestito un diorama che ho poi proceduto a fotografare. Torna la catastrofe, tornano le cose sommerse, irreali, il senso di silenzio, di assoluto e di mistero. Qual è il limite tra la veduta di una cosa e la sua rappresentazione? Se il cinema può ricreare la vita, con tutto un il carico emotivo, ed anche di più, perché non anche la fotografia? Perché la fotografia, che è ferma, deve dire la verità fattuale, per giunta in uno spazio ontologicamente diverso e anche minore rispetto al cinema? Non sto forse raccontando le storie del Piton De La Fournace, dei vulcani islandesi e caraibici, dalle quali testimonianze delle eruzioni quegli screen shot provengono?

***

#7 Vulcano / miti e leggende

Avalon.                                                                                                                                                                                   E’ quello che ho in testa quando vedo le foto realizzate per questo capitolo. Eppure la foto che me la fa venire in testa è la foto dedicata ad Encelado. Eppure nei miti su a’ Muntagna non si fa cenno ad Avalon. Lo si fa solo nei testi che citano e spiegano come abbia fatto a prendere piede la leggenda che vuole Artù vivere, insieme a Morgana, negli anfratti reconditi del Vulcano. Il senso di questi testi è: ‘se invece che andare a trascorrere il post vita ad Avalon, l’Isola Benedetta, Artù non fosse andato sull’Etna?’, investendo quindi la Montagna delle qualità imperiture dell’Isola di Avalon; e se l’Etna fosse Avalon, dunque? Avalon è l’Occidente estremo, come Valinor, il Reame Beato nella cosmologia tolkeniana, ancora, Numenòr è l’Isola degli Uomini, ultimo baluardo prima dei mari invalicabili delle Terre Benedette occidentali. Chissà perché il mondo finisce sempre a Occidente, forse perché ci tramonta il Sole. La letteratura classica parla delle Isole Fortunate e di Thule (per Virgilio ‘Ultima Thule’), quest’ultima terra Iperborea e come tale considerata terra di abbondanza e benevolenza divina. Isole come Utopie o Utopie come Isole perché si somigliano, si somigliano nelle attribuzioni che gli affibbiamo. Terre invalicabili dagli stranieri, terre che richiedono un dazio, un periodo di penitenza – quando va bene – isole che di fatto, nessuno ha mai raggiunto, esattamente come le Utopie. Ho letto di Isole dove nessuno è mai stato delle quali si diceva che lì non c’era niente. Assurdità e Utopia in un unico luogo geografico o geo-cognitivo, geo-metafisico. Mi dilungo, tornerò a parlare in seguito di Isole e Utopie. Avalon, dicevo, che me la ricorda la foto dedicata ad Encelado, il gigante scagliato sotto la Sicilia che ha dato origine a sbuffi, tuoni, saette, i terremoti vengono chiamati ‘colpi di Encelado’, dicono che ogni estremità del suo corpo corrispondesse ad una delle estremità cardinali della Sicilia. E la lava che eruttava ed eruttava perché era incavolato nero, come il Vulcano. Encelado, un gigante, di stazza notevole e arrabbiato nero, come Polifemo che tira faraglioni in mare come fossero sassolini in uno stagno. La lava che il velo di Sant’Agata è in grado di fermare, come anche le azioni degli abitanti della Montagna, che lasciano la tavola apparecchiata, perché sia di gradimento allo Spirito che vi abita e risparmi la casa e la vita. Dicono funzioni. In realtà, la foto dedicata ad Artù è quella del cavallo nero, che è uno dei protagonisti della leggenda che riguarda il Re del Santo Graal (Re, la cui terra senza il Graal diventa una Waste Land e quindi c’è bisogno di fare La Cerca). Ce ne sono due versioni, una con due cavalli, uno nero e uno bianco, una con un cavallo nero di proprietà di un Vescovo che era tutto tranne che un sant’uomo. Le ‘Ntuppatedde, celebrano Sant’Agata tutt’ora, in bianco candore puntinato di garofani rossi.

Ho due strade possibili da percorrere per dare la mia versione fotografica di questi miti e aneddoti, delle quali fotografie si presenta qui una selezione: la prima, è seguire la suggestione di ognuno, attraverso il lavoro filologico sui testi. La seconda è seguire le suggestioni e il lavoro testuale cercando di dare omogeneità alle immagini – percorso di molto consigliato a livello autoriale. Invece io ho scoperto, negli anni, che può capitare di lavorare partendo da testi eterogenei tra loro, anche relativi ad uno stesso argomento, e di ricevere in cambio suggestioni diverse e realizzare, quindi, foto omogenee per autorialità (perché il tocco dell’artista si vede sempre) ma diverse tra loro, vuoi per palette, vuoi per scenografie e composizioni. Un artista impara a saper sacrificare e quando, cosa tenere a discapito di cos’altro. E’ come nelle raccolte di fiabe o di favole: gli autori che le hanno prodotte sono diversi, ma la mano redattrice è quella che dà la pennellata, unendole sotto un certo mood. E così è per certe foto. Ho notato, anche, che questo dipende molto dalla modalità di produzione delle stesse, almeno per me. Se lavoro con la found photography ed il relativo montaggio, le foto hanno ancora di più delle regole compositive quasi ferree, delle profondità, dei colori, che non sempre accadono quando si scattano fisicamente le foto, dove si ha a che fare con la profondità del mondo, le prospettive più o meno tangibili, la materia e la luce riflessa dai colori. Lavorare con foto trovate e rimontarle è quasi come avere un diaframma apertissimo: la profondità è un accenno quando non assente, a tratti la bidimensionalità la fa davvero da padrone. E pensare che molti hanno provato a cercare la terza dimensione della fotografia, fisicamente (e nei lavori meglio riusciti è operazione fisica, si, ma alquanto concettuale, in primis). E se la terza dimensione fosse quella del pensiero, del punctum di ogni immagine? Con la found photography lavoro con un certo orizzonte, un certo punto di vista, che diviene esasperato rispetto agli scatti prodotti da me. Poche certezze, ma buone e soprattutto minimalismo delle forme, dei colori, umore rarefatto, come se il silenzio che le foto contengono dovesse sprigionarsi assordante. Io, davanti queste scene, immagino solo un grande silenzio.

***

#8 Vulcano / appunti sulla Grande Madre

Persefone, figlia di Demetra, dea delle messi, che faceva rifiorire la natura, è figura fondamentale dei Misteri Eleusini, antichissimi culti alla cui base vi era un rito agrario. Persefone era legata ad Adone, anch’esso dio di culti misterici. Adone (come Attis) è un dio che muore, probabilmente evirato, che viene pianto e che risorge portando abbondanza sulla Terra. Adone e Attis sembrano quasi versioni maschili di Persefone. Dalla Grande Madre al Dio.

L’Europa precristiana è pervasa da culti e riti di vegetazione: il Dio muore, la terra muore e risorge solo quando torna il Dio, ed ecco che dal mito si passa al rito e allora numerose tradizioni, nel Continente Antico, prevedono rituali, festeggiamenti e costumi: bestie, figure mitologiche. Impersonare il Dio diventa azione propiziatoria, esasperata nei riti sciamanici, o nel cannibalismo sacro, dove mangiare l’animale Totem – distruzione/ricomposizione – voleva dire incarnarlo, assumerne le doti.

Molteplici sono le somiglianze di queste figure (che da femminili e maschili sono diventate solo maschili) con le leggende del Re Pescatore del Ciclo Arturiano, ciclo che riscrive in chiave cristiana culture millenarie legate ai culti della natura dove il Re e la sua Waste Land, nel dopo Cristo, hanno bisogno del Graal per risorgere e rendere la terra fertile e rigogliosa. Gli Dei, da archetipi e matrici rituali sono divenuti strutture narrative.

La figura femminile, invece, quando va bene, grazie a Maria parla di purezza, castità e pietà, iniziano anche a sparire l’archetipo della ricettività (principio ying) e quello dell’abbondanza: la madre deve essere casta e misericordiosa, le donne devono esserlo, altrimenti arriva l’archetipo della strega (vedi voce ‘Ntuppatedde alla fine dello schema) che deve essere estirpata a partire dalla forma umana, deve essere torturata per testarne il grado di peccato e bruciata, cenere alla cenere; oppure redenta, come l’altra Maria, la Maddalena, alla quale abbiamo lasciato tutto quello che non possiede la Madonna. In alcuni culti esoterici, la figura della Maddalena assume ancora le qualità dell’abbondanza, della ricettività, della fertilità, generando la Santa Sangre, la Discendenza Sacra.

Troviamo nei vulcani, che li si guardi come figure femminili (il caso dell’Etna) o figure maschili, la metafora naturale di questi riti e cicli naturali di distruzione e fecondazione e rinascita. A distanze spazio temporali anche immani, gli uomini tutt’ora onorano, pregano e confidano nei vulcani. E’ il motivo per cui non li abbandonano, anzi, nel caso de ‘a Muntagna, molti si trasferiscono alle sue pendici, testimoniando un’Energia che non c’è altrove. Persone che vivono vicino al Vesuvio mi hanno raccontato cose simili. L’aria è diversa, la presenza bonaria o iraconda è sempre avvertita, nessuno ne è spaventato in modo tale da trasferirsi altrove. E che cosa è questo senso del sacro che ci dà la Natura se non il principio primo di Dio, qualsiasi sia il Dio che preghiamo o detto meglio, il principio primo della spiritualità, anche laica?

Il processo

Quello che mi attrae dei miti e dei riti antichi è il sincronismo: stesse figure archetipe in tempi e civiltà diversi, hanno fondato e regolato religioni, cultura e società. Ogni simbolo diventa uno schema narrativo. Così, delle leggende del Graal mi attira che sono fondate su un antico sistema rituale il cui fine ultimo è l’iniziazione al segreto della vita fisica e spirituale (non troppo diverso dal fine dei culti misterici, mi sembra, ma forse è proprio perché da essi deriva). Così rimango colpita di come le divinità di questi culti rappresentino il principio della Natura reso in forma antropomorfa.

Ho scelto di non fotografare ma di usare foto prodotte in altri lavori fortemente attinenti questo argomento. Aggiungere altre rappresentazione della Grande Madre o del Dio della Natura mi sembrava un esercizio infecondo di stile. In fin dei conti, non c’è una versione univoca della Grande Madre o del Dio della Natura, quindi perché accanirsi a catturare con una fotografia, tutte le sue sfaccettature? Del resto, la fotografia racconta sempre e solo una porzione di verità.

ILDS, 2015

Nel libro dei simboli c’è scritta la storia dell’umanità.
Il libro dei simboli parla della vita, è il libro della vita. Un dizionario di passaggi, preghiere e rappresentazioni dell’epopea umana.

365 giorni, 2017-2018

‘Niente di quella visione esiziale mi ha salvato dall’inarrestabile

movimento sul quadrante del cielo.

Ogni giro era lungo una vita.

Quante vite sono che ti conosco?’

365 giorni sono metafora di un tempo infinito, di tutte le vite possibili che ci identificano, a volte illudendoci e infrangendosi nell’età adulta. In questo progetto ho mischiato le tappe degli antichi culti di vegetazione a foto autobiografiche e rappresentative delle età della vita. Perché ognuno, ha in sé quegli archetipi di morte e rinascita che si dipanano attraverso avvenimenti e attraverso le età della vita stessa.

Ph: The Waste land, Adone/Attis, Le Saint Graal.

***

#9 Vulcano / luoghi abbandonati

In principio era il Logos.

Quando il soggetto delle mie ricerche sono dei luoghi di cui subisco il fascino, durante la fase preparatoria di studi e ricognizioni, mi accade che desidero di vedere quei luoghi e possederli, renderli miei attraverso le mie foto. Eppure, non farei, forse, delle foto uguali a mille altre? Non è questa una specie di febbre del fotografo, a cavallo tra il reporter e il turista, anche un po’ compulsiva? Ad ogni modo, è sacrosanto provare un grande desiderio di fotografare dei soggetti. Ma da artista i miei ragionamenti mi portano altrove, anche se ho un desiderio, una curiosità forte, rispetto alla mera fotografia del luogo-soggetto di turno. Perché mi domando se quella foto mi basta o mi basterebbe, se possa risolversi tutto così e in questo modo. Per quanto ogni fotografo abbia il suo modo di fotografare, forse avviene che alcuni soggetti prevalgano su di lui – ed ecco foto di uno stesso soggetto tutte uguali, ‘in vari modi e ovunque vai’ (cit.): a volte viene fuori l’archetipo, l’icona, qualcosa di fortemente condiviso in diversi modi, luoghi e tempi. Che sia un soggetto (luogo o persona) iconico o i modi in cui viene fotografato è lo stesso. Siamo in troppi per pretendere di fare uno scatto originale di soggetti iconici. Pertanto diventa importante scegliere se fotografarlo, perché e come. Ci pensavo tanti anni fa quando fotografavo Patti Smith, ci ho pensato leggendo James Natchwey che parlava dell’archetipo della pietà. Mi serve di vedere la realtà, ma per andare a mio modo oltre di essa, attraverso una versione che sia mia e per farlo ho bisogno di forzare la fotografia, altrimenti non ne esco, o ne esco poco. Del resto, non mi sto inventando niente di nuovo, i Veda parlano di uscire dalla dualità del mondo, proprio per averne una piena comprensione. Il mio modo per oltrepassare il velo di Maia (‘in volo, in volo più in là’, cit.).

E’ curioso come spesso accada che non avendo cartucce fotografiche da usare, intervenga la scrittura – ‘se non posso fotografarlo, o usare qualsivoglia fotografia, posso raccontarlo’. In fin dei conti, questo capitolo vuole essere una ricognizione immaginifica dei luoghi abbandonati sui vulcani – che comunque, sono – già sur-reali di per sé, motivo per il quale ne subisco il fascino. Che fare, quindi, creare luoghi ex novo? Fare una carrellata di photo trouvè, disegnare, qual è il modo più affine a questo capitolo? Forse partendo dal motivo che mi ha fatto scegliere questo argomento, potrò trovare un processo a me affine. Quindi parto dal fascino e dal desiderio di godere di questo fascino, di atmosfere, di storie ed anche visivo. E’ curioso come, in questo progetto, ho sempre saputo cosa scrivere, ho sempre trovato come rendere per immagini l’argomento di turno, ma a tratti la rappresentazione visiva ha tentennato, le parole mai, il logos, il quid, il ragionamento da proporre, mai. La scrittura è sempre stata la cosa certa, la fotografia un po’ meno.

Il processo

Scartando tutte le possibili forme di rappresentazione retinica di questi luoghi, cosa comunque buffa, visto che all’inizio parlavo di una sorta di ‘febbre compulsiva di appropriazione fotografica di quei luoghi’, ho deciso di creare dei disegni veri e falsi insieme. La verità è data dalle parole, termini geografici, unici appigli possibili verso un’oggettività agognata; la falsità è data dai disegni. Se già il realismo non mi appartiene come fotografa, figuriamoci come disegnatrice! Un nuovo mondo fatto di porzioni disgiunte del Mondo, creato attraverso il disegno, la fotografia e la scrittura. Piccole tavole geografiche ed enciclopediche. Disegno, che è disegno nervoso senza nessuna presunzione tecnica ma piuttosto nato dopo aver sognato White Island. Disegno che non attiene al vero ma all’inconscio che scorre sulla mia mano poco avvezza. Allora, dopo il sogno, mi sono ritrovata a disegnare queste isole le cui forme sembrano richiamarsi, esattamente come mi dicevo nel sogno. Torneremo in seguito sui sogni e le isole.

Di White Island mi ha colpito, dopo la sua forma e il suo colore, un toponimo: lì c’è la Baia dell’Abbondanza. Nel 1914 ci fu un lahar, l’unico sopravvissuto fu un gatto, Pietro il Grande. Isola di minatori cacciati via dall’Isola stessa a suon di eruzioni e giacimenti poco proficui.

Montserrat fa parte delle Isole Sopravento Settentrionali. Ma che nomi poetici usano le scienze? Dal 1632 molti irlandesi in fuga si sono rifugiati nell’isola che divenne Inglese dopo un contenzioso con la Francia. Montserrat ha una popolazione creata in secoli di immigrazioni, formata per lo più da discendenti dei suoi coloni, e soprattuto degli schiavi. Ora la maggior parte dei nativi dell’Isola ha un cognome irlandese, molti toponimi dell’isola sono irlandesi: Cork, St. Patrick. L’isola è un protettorato Inglese e i recenti tagli alle forze armate sembra che abbiano ridotto l’esercito dell’Isola, già alquanto esiguo. Ad occuparsi dell’esercito è un gruppo di volontari delle Irish Guards e per me che ho passato un anno a studiare l’Isola di Irlanda e la sua storia è un very fun fact. Playmouth è la capitale dell’Isola ma è sepolta dall’eruzione che negli anni novanta devastò la parte sud di Montserrat. E’ l’unica città fantasma ad essere anche una capitale. La parte dell’Isola devastata dal Soufrière Hills è la Zona di Esclusione.

Heimaey è stata sommersa nel 1973: una fessura si è aperta nel terreno generando un cono chiamato poi Eldfell. Secondo una profezia, i pirati sarebbero tornati sull’isola quando si fossero avverate tre condizioni: ‘l’estensione del centro abitato ad ovest di Hásteinn, la chiusura della piscina ‘Vilpa’ e l’arrivo del figlio di un vescovo a Heimaey. All’inizio del 1973 il paese si era ormai sviluppato a ovest di Hásteinn, la piscina ‘Vilpa’ era stata chiusa, dopo la morte per annegamento di un bambino e Karl Sigurbjörnsson, figlio del vescovo, iniziò a prestare servizio presso la chiesa di Vestmannaeyjar. Eppure, nell’oscura predizione c’era qualcosa di inesatto: non sarebbero stati i pirati turchi, infatti, a flagellare nuovamente l’isola ed i suoi abitanti, ma la ribelle natura islandese’.* Mentre cerco foto della città sommersa ne trovo alcune che somigliano molto alle mie foto del capitolo #6. Alcune le ho scattate cercando di ricostruire degli still da video, altre sono frutto della mia fantasia ma a Heymaey ho trovato, ancora una volta, che il confine tra la realtà e l’immaginazione è molto labile, riconoscendo porzioni di realtà che io ho riprodotto e fotografato senza replicare nessuna scena già vista.

L’Isola dell’Inganno, generata da un punto caldo, è uno dei pochi posti al Mondo dove è possibile navigare al centro di un vulcano attivo. Una volta stazione di balenieri in Antartide, oggi un agglomerato di rottami degli stessi balenieri e anche delle stazioni scientifiche, abbandonate dopo le eruzioni del 1967 e 1969. Il cimitero, è anch’esso di cenere. I vulcani danno, i vulcano tolgono, e stavolta ne hanno beneficiato le balene. Viva Madre Natura. Cercando su Internet si vedono foto di turisti a fare il bagno nelle pozze di acqua calda, continuo a leggere che si scavano le buche per bagnarsi da soli, dicevamo Madre Natura. Da luogo di morte a luogo di turismo è un attimo. ‘La realtà è che l’Isola di Deception è stata conquistata tante volte e sempre si è liberata determinando l’abbandono di coloro che avevano occupato il suo suolo. Quando negli anni ’60, Cile , Argentina, Spagna e Regno Unito si sono contesi il territorio, due eruzioni vulcaniche li hanno espulsi senza mettere nulla in discussione.’** Mi viene in mente Dove Island, del capitolo 4.

*Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Heimaey

** www.altomareblu.com/lisola-che-non-e-isla-deception-mario-camilli/

***

#10 Vulcano / nascita

Immagina di essere un contadino che una mattina si alza per andare al campo. Immagina che quella buca che hai cercato di chiudere così tante volte, diventi, con un boato, una voragine dalla quale escono vapori e fumi e non più rumori sotterranei, che così copiosi hai sentito nel tempo prima di questo, di questo tempo presente in cui il tuo campo si apre, e diventa un Vulcano, lo chiameranno il Vulcano più giovane del mondo. E’ talmente immenso, improvviso e lento insieme, questo processo compiuto da questa buca, che tu di fuggire non ci pensi proprio. La lava inizia a vedersi solo a sera e solo quando (con calma, con la calma della lava che scorre) si è capito che il vulcano avrebbe asfaltato il paese prendi ed emigri da qualche parte.

Immaginalo ma guardalo, anche. Perché è una storia vera che può essere fruita su libri e sul web. E’ la storia del Paricutìn, il ‘Vulcano più giovane del mondo’.

Ho cercato di capire se nel frattempo ci sia qualche vulcano ancora più giovane. Il web è impietoso e ti fa vedere solo i link con più visualizzazioni ma nei miei appunti trovo l’Eldfell, il vulcano islandese che si formò durante l’eruzione a Heymaey e l’Isola di Surtsey, sempre in Islanda. Un’isola nata dal mare, che ci permette di capire come avvengono questi fenomeni e come, queste isole nere vengono colonizzate dalla vita, pur essendone così lontane.

Dunque, le certezze sui primati vacillano. E dunque il web è impietoso, anche per i fraintendimenti. Mentre scrivo, sempre in Islanda sta eruttando un sistema prima quiescente, il Fagradalsfjall, quiescente, quindi già esistente, ma che ora ha formato proprio un ‘piccolo’ cono dal quale fuoriesce la lava che bolle e poi scorre nella valle sottostante a cui sembra stiano cercando il nome. E tutti a dire del ‘Nuovo Vulcano’. Nella terra dei folletti e dei miti, legati a Madre Natura, il nome delle nuove vallate vulcaniche, lo decidono gli abitanti. Del resto, sembra che l’eruzione intorno all’800 D.C. del Bardarbunga abbia contribuito all’origine del mito del Ragnarock.

Tuttavia, a proposito di fraintendimento, va definito cosa significa ‘Nuovo Vulcano’*, perché se questo si forma dentro un sistema vulcanico, anche quiescente, o che porta segni passati di vulcanismo, pur formando un nuovo cratere o una fessura, non è un nuovo vulcano. Certo può essere un nuovo punto di fuoriuscita ma non è nuovo, né il vulcano, né il sistema che lo fa eruttare. Un nuovo vulcano si ha quando si hanno manifestazioni vulcaniche in luoghi che non si trovano in sistemi ignei preesistenti. Nuovo, quindi, significa nuovo, che non c’era prima. Non il cratere, il cono, il buco o la fessura, ma l’intero sistema vulcanico, il quale ha a che fare, più che con quello che ne vediamo e subiamo, con ciò che non si vede, che sta sotto i nostri piedi. Surtsey, ad esempio, è si una nuova Isola ma non di certo un ‘Nuovo Vulcano’. Quindi nessuno dei vulcani qui menzionati è nuovo. L’impietoso web continuerà comunque a produrre materiale vero ma vero a metà e anche oggi, ci sarà qualcuno che si sentirà scienziato e che nella sua totale inconsapevolezza starà solo dalla parte che il suo ego ha scelto come vincente.

Il processo. Da un dialogo tra uno scienziato* e un’artista.

‘Il Parícutin è solo la più recente manifestazione dell’attività vulcanica di una grande area del Messico, nota come ‘Campo Lavico Michoacan – Guanajuato’, dove sono presenti fessure eruttive e tanti coni di diverse dimensioni come il Parícutin. Stessa cosa sta avvenendo in Islanda, nell’area del Fagradalsfjall dove da marzo è in atto un’eruzione e dove tale attività ha ormai formato un grosso cono vulcanico dalla quale fuoriesce la lava. Ora tutti parlano del “Fagradalsfjall” come il Vulcano più giovane del pianeta ma in realtà altro non è che l’attuale centro eruttivo di un sistema vulcanico molto più grande, che esiste da migliaia di anni. Quindi in parole povere per ‘nuovo vulcano’ si dovrebbe intendere un’area nella quale non sono mai avvenute eruzioni vulcaniche… e queste zone citate (Messico e Islanda) non lo sono.’

Ho cercato di dare a vedere i tre momenti in cui possa riassumersi la storia temporale del Parícutin, un semplice prima, durante e dopo, mischiando foto di repertorio e mie. Tutto può essere confuso e dato per vero, come tutto può essere ben distinto. Quello che conta è avere un’idea, della storia e poi di come darla a vedere.

*Mapsism

***

#11 Vulcano /iconografia eruzioni

1669, eruzione Etna: interessa i comuni di Nicolosi, Belpasso, San Pietro Clarenza, Camporotondo, Misterbianco, Mascalucia, Gravina, Catania. Nascita del cratere Monti Rossi, Catania viene circondata dalla lava, si forma un nuovo litorale. La lava sommerge il Castello fino al primo piano, tuttavia la guarnigione spagnola rimane a difesa del forte.

1784-84, eruzione del Laki: alterazioni del clima nell’emisfero settentrionale, aumento carestie e povertà, probabile concausa della Rivoluzione Francese.

Antecedenti: 1812 eruzione St. Vincent; 1814: eruzione Mt. Mayon (cioè immissione nell’atmosfera di enormi quantità di gas nocivi).

1815, esplosione del Monte Tambora. Probabile causa di eventi climatici che contribuirono alla sconfitta di Napoleone a Waterloo.

1816, anno senza estate. Gelo, carestie, tramonti spettacolari, probabilmente immortalati nei dipinti di Turner; Mary Shelley, al chiuso e al caldo, durante le sue vacanze, scrive Frankestine, epidemia di colera.

1883, eruzione Krakatoa. L’esplosione della Montagna ha causato il suono più forte ma sentito in epoca storica, si è propagato per 5000 km, il suo riverbero sembra sia stato avvertito in tutto il mondo. Conseguente maremoto con onde velocissime e alte come un palazzo moderno. Dicono che abbia spostato una cannoniera olandese nelle giungla per più di 1 km di distanza dal mare, mi vengono in mente Herzog e Fitzcarraldo e i sogni che spostano montagne. La montagna è esplosa, disintegrata, sotto al livello del mare. Rimangono le isole di Lang e Verlaten. Successive alterazioni del clima. Al centro della caldera nel 1927 emerge Anak Krakatau, il figlio, degno erede del padre per distruzione e tigna. Nel corso del XXI secolo è cresciuto in modo molto rapido e si è disintegrato nel 2018, arrivando ad appena 110 mt. sul livello del mare. Dicono che il rumore della successiva eruzione del 2020 sia stato sentito a Giacarta, distante ‘appena’ 150 km.

2021, Etna. ‘Non ha mai smesso né mai cominciato. Tuttavia l’attività attualmente persistente è iniziata a febbraio’. Parossismi, fontane di lava, infrasuoni, pioggia di cenere.

Nel mentre sto scrivendo questo capitolo non ho ancora smesso di eruttare con picchi di intensità a cadenza di uno-due giorni o poco più l’uno dall’altro.

Il processo

Alcune di queste sono tra le più catastrofiche eruzioni in epoca storica e sono avvenute quando la fotografia o Turner ancora non c’erano. Le nostre rappresentazioni e documentazioni della realtà si sono evolute. Adesso, addirittura, noi stessi possiamo documentare un’eruzione, che sia con il cellulare o la macchina fotografica non fa differenza. Le eruzioni del nostro tempo sono documentate ora dopo ora, giorno dopo giorno, fornendoci quasi un flusso ininterrotto di immagini che documentano l’evoluzione delle eruzioni, una sorta di film, visto il costante afflusso, lo scattare continuo di immagini. Potendo, adesso, vedere tutto, l’unica cosa che ci resta da fare è immaginare, del resto, questa facoltà ha di molto a che fare con i sensi, quindi anche con la vista e la memoria, senza le quali immaginare sarebbe difficile. Quindi, immaginiamo, grazie ai sensi e alla memoria e grazie anche ai dispositivi che abbiamo, il futuro ma anche cosa e come è stato prima di noi, soprattutto prima dell’homo photographicus che vede, sempre e ovunque. Immaginare con la fotografia e le immagini ciò che è stato prima della fotografia, quando i Sapiens e i Photographicus non c’erano. Come saranno state, ad esempio, le eruzioni del Trappo Siberiano o del punto caldo dell’Oceano Indiano?

***

#12 Vulcano / sogni

27 febbraio 2021

Stanotte l’Etna era dietro al Monte Subasio, fontane dal cratere e fiumi di lava sulle strade di montagna. Ho sognato spesso i vulcani, ho studiato da lungi la loro simbologia onirica ma mai come in questo periodo, dove la realtà sensoriale è ridotta alle pareti domestiche, è ristretta, e sogno le cose quotidiane, e quindi anche il lavoro e quindi anche i vulcani. Tuttavia sono sogni oscuri e angosciosi. Nonostante passi la vita a immaginare, anche grazie al lavoro, la mia vita onirica sembra che me l’abbiano portata via. E quando sogno, seppur con angoscia, un vulcano, ne sono contenta perché so che lo sogno perché Il libro degli eventi è un progetto che mi prende che sembra che mi sia buttata da un cratere con tutte le scarpe.
Tipo Alice, ma col Vulcano.

13 maggio

Stanotte ho sognato, dopo un po’ di tempo, dei vulcani. La Valle umbra era costellata di crateri di scorie eruttive e sovrastata da ben tre coni altissimi.
Tuttavia, prima di guidare sulla SP 147, ero immersa nella notte artica, in una stanza dalla quale non avevo il coraggio di uscire perché chi usciva veniva preso dalla pazzia e dallo sconforto, mancando totalmente i punti cardinali. Le stelle erano poche e sconosciute e la notte era grigia, di un grigio denso, ancora più che durante le piogge di cenere vulcanica.

2 giugno 2021

Ho sognato White Island, tanto che alla fine del sogno ne facevo un modellino di carta pesta del medesimo colore, che è quello che mi colpiva nel sogno, il colore dell’Isola-Vulcano, così chiaro, peculiare.

Queste isole vulcaniche, nella mia testa, si somigliano:

White Island,

Deception island,

Surtsey,

Ferdinandea.

L’Isola di Surtsey spuntò dal mare. Sempre una storia di pescatori, come Ferdinandea (anche se Ferdinandea non fu solo questo). Forma e storia che si richiamano.

Isole dalle forme simili che in ognuna si ripetono a loro modo.

E arriviamo direttamente all’Isola dei Morti di Bocklin.

11 giugno 2021

Dalla porta vedo l’Etna che fa piovere cenere e sassi che si insinuano fin sotto la porta, aperta a metà. Entra di tutto da sotto gli usci.

I miei occhi vedono cenere e sassi neri venirmi incontro e negli spazi tra loro vedo tanti colori.

Riesco a vedere la montagna e nel sogno riconosco un grande cratere e mi accorgo che era uno dei Crateri Silvestri.

Ho appena trovato una foto che assomiglia al cratere del mio sogno anche se questo era di gran lunga più nero.

15 giugno 2021

Mi sono resa conto che il 5 giugno Valerio mi ha inviato una foto da Dendron visivamente simile alla cenere e ai colori che ho visto nel sogno.

20 giugno 2021

Di stanotte ricordo solo cenere.                                                                                                                                Il giorno prima avevo visto numerosi documentari sul Krakatoa e non ricordo la trama del sogno. Al risveglio avevo l’inquietudine che ti lasciano i sogni oscuri. Totalmente impenetrabile il suo ricordo. Ricordo solo il grigio della cenere.

Vulcano nei sogni:

Stress, rabbia, nervosismo, trasformazione positiva e creatività, mondo degli Inferi, mondo sotterraneo, inconscio, forze latenti, energia irrefrenabile e dirompente, fuoco, aria, terra, acqua cielo, fertilità, ansia, tensione emotiva accumulata, istinti e passioni represse, emozioni che emergono dall’inconscio, ricordi, sentimenti, grande cambiamento, novità inaspettata, non per forza negativa, situazione che si sblocca, problema risolto, creatività, manifestazione onirica potente, insieme ad altre manifestazioni naturali di grande portata.

***

#13 Vulcano / Isola

Nel cimitero giace il futuro dell’isola

ascoltando il continente

una regione orribile

di lava raffreddata,

inospitale come la Luna

simile all’ultima fortezza di Dio

dopo il Giudizio Universale

non vive nessuno

tutti lavorano

nessuno potrà rimanere

questa Terra Desolata è invendibile

è una situazione intermedia

per i cavi

che uniscono i Continenti

viene lanciato nello spazio Atlas

ve la faremo vedere noi

a voi russi

indomabile

questo colore contratto

si trova sul lato riparato dal Vento

dall’imponente Vulcano

dell’Isola vicina

un lamento sull’assenza

di una via d’uscita

e sul Destino immutabile

che ci porta lontano e

un giorno

ci fa tornare

è la Nostalgia di un’origine

di un momento indicibile

del tempo passato

di una terra lontana

di una Patria che nessuno ha

un sentimento disperso

come quest’Isola

il desiderio di un posto

che è qui e in nessun luogo

il canto di una Terra

che non ha mai conosciuto

nessun popolo

due terzi di questo popolo

non vive nella sua Terra

con le Isole ha sempre fallito

l’imperatore ritorna a casa

questo fazzoletto di Terra

è un disastro topografico

succede di continuo

che una persona

sparisca

seppellita da una frana

o inghiottita da un cratere

le croci senza tombe

ricordano gli scomparsi

questo posto non è fatto

per gli Esseri Umani

una Dorsale Sottomarina

la sagoma di una Terra

che inganna

tanto sembra vera

le rivoluzioni

sono proclamate sulle navi

le Utopie sono vissute

sulle Isole

le Vite crescono selvatiche

l’accesso è consentito

solo alle persone per bene

chi è cattivo affoga comunque

nel mare crudele

chi vuole rimanere

deve raccontare la sua Vita

i naufraghi sono ancora

i migliori utopisti

circondavano il cono del Vulcano

e morirono con lui

quando sprofondò

nell’Oceano

rimasero gli scheletri

di calcare

su di loro si arenarono

i resti della Montagna caduta

ogni Atollo è il monumento

di un’Isola andata a fondo

sulla quale si insediarono

generazioni successive

sogni a occhi aperti

per uso domestico

atlanti per chi rimane a casa

fa pensare che

un naufragio

sia l’unico modo

di arrivarci

sono un popolo al quale

non è concesso essere tale

perché allora

quello che è successo

sarebbe un Crimine di Stato

chi parla delle 500 famiglie deportate

e dichiarate lavoratori stranieri?

i diplomatici assicurano

che l’Isola era disabitata

la Regina sottoscrive

un trattato

relitto del colonialismo

il suo nome Camp Justice

chi rimane per più di un anno

è all’altezza del posto

nessun matrimonio

nessuna nascita

nessuna donna qui

per più di due giorni

non deve il suo nome ad Atlante

bensì a un Cosacco

non è altro che

un’unica Montagna Solitaria

della catena di Isole

dalle spiagge nere

la più settentrionale

di una Cintura di Fuoco

di Isole sparse

si sedette a riposare

lontano nel Mare

là dove finisce la Legge

dello Stato

e regna quella

della Necessità

un’Isola Solitaria

dove tutti i tentativi

di colonizzazione

sono falliti

simile a una forma magica

un nome russo

per una Terra Americana

qui niente è veramente importante

nessuno ha mai vissuto qui

non ce ne sarebbe ragione

un’autentica Terra di Mezzo

più tardi del Nuovo Mondo

la Terra parla con sé stessa

pennacchi di fumo

ma potrebbero essere delle nuvole appese

alle cime

l’Isola se ne sta simile

a una casa sprangata

l’Acqua pare morta

non c’è migliore nascondiglio

di questo

significa

la pena massima

colonie ripartite

due guerre vinte

per diventare una potenza

bisogna avere le bombe

non ha mai fatto parte della Terraferma

è stata scagliata in superficie

l’Oceano si ode persino

al centro di essa

gli abitanti

desiderano

rimanere tra loro

dalle ossa di Oceano

le Isole sprofondano

Mare mangia Terra

non pensano a niente

né al futuro

né al passato

le pareti bianche

del Sud

Montagne alla deriva

alcuni pinguini

gli rendono omaggio

mantici di Nettuno

fauci del Drago

cratere inondato

il Terrore e il Dio delle Tenebre

restano dispersi

predomina

il carattere basaltico

per più di due giorni.

 

 

 

 

 

 

 

 

***

#14 Vulcano / Isola Ferdinandea

Sette, e forse più, nomi per un’Isola effimera.

Un’Isola che emerge, si muove.

Isola che scompare – Utopia – Ultima Thule – Santorini.

Più bella di tutte l’Isola non trovata.

Efficace mistione di natura e soprannatura

superstizione del mare

il tremendo programma

mossa dalla meraviglia,

che presuppone l’ignoranza.

Quando può dirsi che un Vulcano nasce?

Valore dell’apparenza.

Sublime magnificenza.

Lo scienziato, invece,

si entusiasma.

Non si sa quando è cominciata

non si sa quando finirà.

Il Vulcano sembrò divenire Isola

non fece più paura.

Gli esploratori ci appaiono

come buoni selvaggi

alla ricerca di nuovi contratti sociali.

Ma tutto questo all’uomo non basta:

che gli sia consentito di guardarla,

di palparla e di raffigurarla:

egli la vuole in sua proprietà.

Subito si trasformò in relitto:

il Mare e il Vento

trovando libero campo distruttivo.

Il processo

L’Isola Ferdinandea è un Vulcano emerso a largo di Sciacca nel 1831. Fu contesa da Francesi, Inglesi, Regno Delle Due Sicilie.

Come tutti i luoghi di Utopia non le interessava farsi colonizzare” e sprofondò ancora, secondo il lento processo di innalzamento del Vulcano in superficie e sprofondamento sotto il livello del mare. Oggi sappiamo che fa parte del più ampio Banco di Graham, che conta svariate bocche vulcaniche.

Nel 1986 fu erroneamente scambiato per un sottomarino libico e colpito da un missile della U.S. Air Force nella sua rotta per bombardare Tripoli.”*

L’emersione dell’Isola Ferdinandea avviene prima della nascita della fotografia e delle cartoline illustrate. Ciò che vediamo oggi sono illustrazioni fatte all’epoca dell’eruzione in superficie con i mezzi del tempo.      In pratica vediamo solo rappresentazioni dell’Isola fatte attraverso il disegno, la pittura, l’incisione. Come rappresentare, quindi, questa vicenda – una vicenda che non solo è passata, e di molto, ma della quale non ci sono più tracce, almeno sopra il livello del mare? Ho cercato di produrre dei falsi storici, delle cartoline, ognuna delle quali porta uno dei nomi dati all’Isola.

*Wikipedia/Isola Ferdinandea

***

#15 Vulcano / Utopia

Utopia, un altrove ideale, un esempio di virtù etiche e sociali che di solito si sono perse nella società che descrive e brama l’Utopia stessa. Visione di una Humanitas ideale, che non ha nulla a che vedere con l’idea dei barbari, i diversi. Bacone nella Nuova Atlantide parla di questo “Luogo di Utopia che non deve essere contaminato dai virus della nostra civiltà”. Bacone dice che prima di scendere dalla nave i visitatori dovevano fare un periodo di quarantena e un ulteriore momento di decontaminazione, una volta scesi. Mi ha ricordato il periodo di “spurgo”, che i migranti dovevano fare a Ellis Island.  I segreti delle civiltà di Utopia vanno guadagnati, non si possono dare, elargire a chicchessia. Le Utopie sono quasi sempre Isole, i Vulcani, abbiamo visto, sono una metafora insulare perfetta. Picchi da conquistare, Montagne da contrastare, ma più che mai luoghi per pochi eletti: luoghi in cui la Terra è generosa, non posso essere di tutti o per tutti; Terre di saperi ancestrali e rituali, di percezioni che altri luoghi non offrono e che perdurano tuttora, nella società tecnocratica che odia così tanto tutto quello che è emozionale, spirituale ma anche laico, andandosi a sostituire ai dogmi religiosi. La capacità di meravigliarsi e di immaginare è stata relegata agli stolti, quando è da sempre stata la base di ogni sapere. Un’evoluzione delle Utopie in chiave homo technologicus, da un estremo religioso o superstizioso ad un altro. Le stesse Isole e l’aura che le circonda nel nostro immaginario hanno qualcosa di utopico, che siano Isole buone o Isole cattive, tutto riporta ad una Terra Ideale, come i Vulcani, come l’Etna in particolare.  Una Madre brontolona e buona, che dà doni generosi ai suoi abitanti, che è ammirata da migliaia di persone e visitata, e che mantiene il suo riserbo tranne che per chi la abita o chi sceglie di abitarla. Perché già fare questa scelta sembra comprovare un certo esserne all’altezza. Noi sappiamo, però, che “l’ottimo luogo” che significa il termine Utopia è, al contempo, “nessun luogo”, quindi l’Utopia esiste, più probabilmente, nella mente di chi la menziona. Le costanti dei racconti utopici: un luogo lontano nello spazio-tempo, un’umanità saggia e felice, immune dai virus del nostro mondo, la necessità di purificarsi per poter accedervi. Isole, Vulcani e Utopie, ovvero materia di storie, ancestrale quanto più umana.

Il processo

I Vulcani, così mutevoli e immobili allo stesso tempo, mi hanno più volte portato a pensare alle Utopie, la stessa mia esperienza riportata in questo libro, è una piccola Utopia. C’è stata, questa triade di parole “Vulcano – Isola – Utopia”, in questi mesi, da inseguire a mio modo. Mentre scrivo questo capitolo e rileggo i cardini del concetto di Utopia resto raggelata, ancora, dalla similitudine con un certo nostro tempo presente. Ne resto raggelata per le cose positive delle Utopie, forse però, ancora più per le cose negative, perché ne hanno. Chiudo questo libro offrendo non il mio processo, creativo e/o di pensiero, ma un processo aperto per chi legge: trovate voi le similitudini e le conclusioni dalle più letterali alle più metaforiche, tra la nostra vita/società e le Utopie: ne sapete qualcosa, vi risuona qualcosa, che Utopia vi viene in mente? Che tempo presente e più che mai futuro avete in mente? Come leggete, qui e ora, il concetto di Utopia? Che conclusioni ne traete?