Della memoria e altri luoghi (2014)


resta intatto
l’oggetto che ti
sfiora: tu t’impigli,
t sfili, illividisci,
t’intacchi di tempo
a ogni contatto –
polpastrelli imbevuti
di lava
Elisa Biagini

Tazze da the in porcellana dai bordi dorati decorate con piccoli fori, un filo di perle e l’orologio per le grandi occasioni, documenti e foto di cartone spesso, medagliette e santini con preghiere scritte sul retro. Piccolo archivio di esistenze, souvenir di un viaggio a ritroso nella memoria. Valeria Pierini ama raccontare storie, il suo lavoro è percorso dalla necessità di ricomporre frammenti, fatti o accadimenti – reali o sognati, personali o raccolti da altre voci che resterebbero solo episodi privi di senso e destinati alla dimenticanza se non ci fosse lei a costruire per loro un nido, un rifugio capace di salvarli e di dare un giusto nome ad ogni volto che – tremando nel buio – è prossimo a scomparire. Viviamo sopraffatti da immagini e avvenimenti, tutto è talmente veloce che perfino le notizie spariscono in poche ore inghiotte da altre più nuove e più drammatiche, ormai è attuale solo ciò che accade ora, adesso, nel senso stretto del termine. Il tempo si è ritirato, noi ne abbiamo sempre di meno.

E siamo paradossalmente sempre in ritardo, sempre un passo indietro. Le nostre liste di amici crescono, salgono di numero ma il più delle volte sono nomi senza storia per noi, sono scatole vuote, sono involucri del niente che lampeggiano da uno schermo. In ‘Dalla memoria e altri luoghi’ il processo artistico rovescia la prospettiva. Valeria Pierini si ferma, volutamente resta in ascolto, sfiora oggetti per ricordarne il significato, per posizionarli nel punto esatto della mappa: cerca una geografia, traccia una linea che delimiti quella terra sfuggente – paludosa a tratti – che è la memoria. La sua memoria. Qui l’artista cerca e rovista nelle tasche ‘del cappotto di famiglia’, quei volti sono i suoi volti – e sembra di vedere una somiglianza negli occhi, negli angoli della bocca o negli zigomi chissà – e gli oggetti sono piccole reliquie, sono stati usati indossati vissuti da persone a lei care. C’è una traccia, forse labile, c’è una voce sottile da ascoltare.

Il passato si fa specchio, ci fa specchio, è radice da ritrovare per tenersi saldi nonostante le crepe e le voragini che ci attraversano. E’una storia personale quella raccontata e proprio per questo ci porta alle nostre storie, ognuno di noi ha provenienze e appartenenze, vecchie foto in bianco e nero, oggetti cari, ognuno di noi vorrebbe avere il dono di saperne di più, vorremmo le cose ‘ci parlassero’. Ognuno di noi, volente o nolente, è ramo di un albero, viene da una famiglia, da una piccola saga di amori guerre dolori e sorprese. Si intravedono somiglianze, nei tratti somatici e in quelle dell’anima.

Quello di Valeria è un lavoro archeologico e sentimentale, è un salvataggio dall’oblio, è – attraverso l’arte – una narrazione. Grazie al suo sguardo noi ci troviamo davanti una storia, un testo da leggere attraverso le immagini, qualcosa che ci parla insieme di passato e presente, ci racconta cosa è stato dragato nel mare scomposto della memoria ma ci dice anche del setaccio con cui l’artista ha scelto tra gli oggetti. Valeria Pierini ama i particolari, le cose piccole e trascurabili, si ferma dove di solito non ci si volta. Legge la sbeccatura nella tazza, la carta lisa, la trama del ricamo dove si allenta. In questi segni minuti c’è racchiuso il gesto – l’abitudine – che li rende commoventi. L’arte dà senso alle storie, ricostruisce con un atto quasi magico, biografie immaginate, ci fa poggiare i polpastrelli sul bordo di quella tazza, sentire il ticchettio di quell’orologio indossato per la festa, ci fa domandare il perché di quel ’13’ sulla medaglietta. Credo sia necessario prendersi tempo.

Per guardare, ascoltare respirare e – perfino amare. Questo lavoro di Valeria Pierini ci chiede tempo. Ci domanda attenzione (e non c’è nulla di eclatante luminescente o scintillante che urla per attrarci). ‘Della memoria e altri luoghi’ ci porta in un posto dai colori tenui, le voci parlano piano, le cose si intravedono.

L’artista in un momento particolare della sua vita, alla soglia di un cambiamento (questo sarà l’anno dei trent’anni e sta per inaugurare un piccolo atelier/garage) guarda indietro e ricostruisce una ad una le sue ossa, ricompone e crea un sentiero ci porta con lei: chissà che anche noi dopo questo piccolo cammino non saremo presi dal desiderio di fare lo stesso nel nostro piccolo…torneremo di certo diversi dal nostro incontro con questo fuoco antenato.

Alessandra Baldoni