Text and curators

Il sogno, la vita e lo scambio di fluidi

“Adotterò da parte mia, ma soltanto a titolo di ipotesi, il criterio secondo cui l’attività psichica si eserciterebbe nel sonno in modo continuo. Ritengo in effetti che solo una determinazione arbitraria di questo tipo possa contribuire a far rientrare un giorno il sogno nella sua vera dimensione, che può essere solo la vita dell’uomo”

(André Breton)

Se il sonno di Francisco Goya “genera mostri”, il sonno di Valeria Pierini genera infiniti mondi, o più precisamente frammenti di esso. Spiati, decontestualizzati, privati del loro peso fisico e cognitivo, privati di una qualunque georeferenziazione, i luoghi appaiono nelle foto della Pierini come luoghi universali e sospesi, prototipi scenografici, tele bianche … “Tabula Rasa” appunto, sulla quale intervenire scrivendo storie personali, che appartengono al singolo quanto all’umanità tutta. “Tabula Rasa” è il titolo dell’esposizione che si compone di quattro serie differenti: ‘terra’, ‘senza mappa’, ‘senza peso’, ‘stasi o porta del sonno’ e ‘post krieg’. Si tratta di serie giustapposte di “frame” visivi, che fanno sicuramente riferimento ai temi succitati, ma proposti secondo una successione umorale, svincolata da qualunque rigore razionale. Il mondo, presentato dalla Pierini, conosce cuspidi libere di ferire un cielo verticale; scorci desolati che costeggiano i passi del viaggio ideale: un viaggio che non ha comunicazioni fisiche, mezzi o strade sulle quali fare attrito. E’ il viaggio dell’onironauta, di colui che consapevole di sognare, interviene coscientemente sul proprio mondo dell’assurdo. Il sonno dell’onironauta è rappresentato allegoricamente dalla benda nera sul volto. Ad indossarla, la donna che abbandona ogni distinzione di genere vestendo panni maschili, una donna che rappresenta essenzialmente la creatura umana, al di fuori da ogni schema. La benda nera è la scelta di vivere le vicende del sogno e lasciare fuori la realtà; è l’elemento che permette di affacciarsi da una finestra per godere una vista che non è “altro” da noi, ma una porta sul nostro inconscio, una via di comunicazione che si lascia alle spalle il mondo fenomenico che abitiamo per introdurci, ospiti timorosi, nel nucleo originario nel quale risiede la verità del nostro essere. La prospettiva dell’interiorità, è la postazione privilegiata dalla quale possiamo apprezzare il passaggio, doveroso, tra esitazione ed esecuzione che fa di noi creature agenti nel mondo sensibile.

Tabula Rasa di Valeria Pierini mostra la sudditanza del un mondo fisico alle macchinazioni inconsce: l’esperienza dell’onironauta appare in quest’ottica emblematica, poiché essa dimostra la capacità cosciente dell’uomo di interferire sulla realtà, ch’essa sia onirica e surreale o che coincida con il mondo esteriore.

Cioè che esiste intorno a noi, al di fuori di noi, nella sua apparente immobilità o infinitamente lenta costituzione, si configura dunque come lo spettro di un dramma psichico chiamato “vita”, di cui l’uomo, integralmente inteso è a livello conscio e inconscio il motore primo.

Roberta D’Intinosante, ‘Stasi o anche porta del sonno’ c/o Coworking Montetestaccio, Roma.

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Per entrare nella poetica di Valeria Pierini occorre varcare una doppia soglia. La prima ci immette direttamente nelle esperienze – intime e oniriche – delle persone che Valeria coinvolge nei suoi progetti; la seconda, invece, si spalanca sull’immaginario dell’autrice, che rielabora in chiave personale le suggestioni e gli spunti derivanti dall’incontro con l’altro.

Per questo la mostra Una stanza tutta per sé rappresenta un’occasione privilegiata per introdurre il più ampio PROGETTO MAPPE, che coinvolgerà direttamente gli abitanti di Foligno nei prossimi mesi, offrendo la possibilità di addentrarsi nel mondo espressivo di Valeria. L’esposizione presenta due serie distinte, in cui la fotografia costituisce il medium d’eccellenza per ritrarre situazioni, tempi e luoghi specifici.

In Io tra di voi l’autrice raccoglie, come in un grande e non finito archivio, immagini e parole di musicisti dopo essere entrata in punta dei piedi nel loro vissuto quotidiano. In questo modo, senza filtri, Valeria presenta una collezione di individualità tramite ritratti che permettono al pubblico di rivivere quei momenti d’incontro, generando un’inedita memoria fatta di luoghi, persone, oggetti che acquistano al primo sguardo attualità e vitalità.

La dimensione intima è protagonista anche di The Dreamers, progetto in cui l’artista rielabora una serie di sogni attingendo sia dalla letteratura sia dall’esperienza onirica di persone “comuni”. Gli scatti sono affiancati da un “diario d’artista”, una specie di storyboard che amplifica ed estende il potere delle immagini. Così procedendo, e grazie alla costante ricerca di simboli o figure archetipiche, Valeria riconduce l’attenzione sulla parte interiore di ognuno, la meno esplorata e la più recondita, dandole un corpo e facendola passare da una condizione privata a una dimensione “pubblica”.

La componente partecipativa è fondamentale in tutta la produzione di Valeria Pierini, che sceglie di interfacciarsi e contaminarsi costantemente con esperienze diverse dalla propria, collezionando nuovi sguardi sul mondo e ricalibrando il proprio modo di vedere. I continui stimoli provenienti dall’esterno, anche quelli apparentemente insignificanti o marginali, sono scrutati a fondo da Valeria, che – come una subacquea dell’inconscio – si immerge nelle storie personali per far ritorno in superficie con narrazioni e immagini da consegnare alla collettività.

Questa attitudine si manifesta anche nel PROGETTO MAPPE #2 e #3: i cittadini di Foligno saranno infatti coinvolti dall’artista nella creazione di un inedito archivio collettivo basato sui ricordi di ogni partecipante. Il progetto prevede il workshop Cose luoghi e persone e la mostra conclusiva Topografia di una storia che presenterà la rielaborazione fotografica di racconti legati a molteplici punti della città, creando un ponte tra passato e presente, tra dimensione pubblica e privata. Un nuovo tassello per una memoria diffusa. Vengono allora alla mente le parole della curatrice Miwon Kwon, secondo cui “[…] un obiettivo centrale della specificità, di un sito, basata sulla comunità è la creazione di un lavoro in cui i membri di quella stessa comunità – simultaneamente osservatori/spettatori, audience, pubblico, e soggetti referenziali – vedranno e riconosceranno loro stessi nel lavoro, non tanto nel fatto di esserne criticamente implicati ma di esservi affermativamente descritti o validati […]”1. È così che l’arte si lega in maniera quasi inestricabile al vissuto, contribuendo a edificare un più forte e consapevole senso di comunità.

1 Miwon Kwon, One Place After Another: Site-Specificity Art and Locational Identity, The MIT Press, 2004, pp. 95-96. Traduzione a cura degli autori.

Carla Capodimonti e Saverio Verini, ‘Una stanza tutta per sé’ c/o Zut!, Foligno

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Cinque luoghi e cinque svanire
Se da un lato i mezzi di trasporto e di comunicazione permettono oggi di spostarci facilmente da un luogo all’altro e di ritrovare gli stessi prodotti a molti kilometri di distanza, o di condividere in tempo reale pensieri e immagini attraverso strumenti portatili facendo del mondo una sorta di paese globale, dall’altra specificità tipicamente locali si conservano nella memoria e nell’esperienza quotidiana di gruppi più ristretti, alimentando una cultura caratteristica e tipica del sapere trasmesso localmente. All’inizio del XXI secolo, Zygmunt Bauman ha coniato il termine “glocalizzazione” per evitare l’equivoco semantico dell’espressione “globalizzazione” che parrebbe opporre il globale al locale; secondo la “glocalizzazione” il fondamento della società è sempre stata la comunità locale che successivamente si è organizzata in gruppi più ampi. Come suggerisce Giuseppe Dematteis, la globalizzazione non porta sempre all’omologazione proprio perché il sistema economico mondiale si compone di reti e nodi i quali hanno sempre caratteri locali: la perdita dell’identità avviene solo in quelle realtà che non riescono a connettersi a livello globale, che non riescono cioè ad auto-organizzarsi in risposta alla globalizzazione. In questo contesto, il locale si modifica, si evolve nell’assumere nuove forme e specificità, come spiega Edward Soja con la sua teoria del “terzo spazio” che supera il dualismo locale/globale. Il terzo spazio è un momento dell’azione individuale e collettiva in costante transizione e mutamento verso una meta-forma che riassorbe luoghi e flussi, ibridandoli e rendendoli irriducibili gli uni agli altri. Questa mutevolezza e rinegoziazione costante dei limiti culturali e di aree tanto esistenti quando fantastiche ci porta verso una nuova dimensione di comprensione e rappresentazione dello spazio.

In Iperuranio il paesaggio è difficilmente riconoscibile, è ambiguo e indefinibile. Potrebbe essere qui o altrove, adesso oppure in un altro momento. Prima i luoghi insinuano il dubbio della propria esistenza generando nella coralità delle immagini una definizione generale e universale di paesaggio come numero, coordinata puramente geografica, linguaggio oggettivo e prova d’esistenza. Poi gli svanire invertono il senso del tempo in un cortocircuito tra natura e artificio, nel quale ci si perde, ci si abbandona proprio come i luoghi stessi lo sono, privi di specificità e di chiunque li voglia abitare. Dalla realtà all’immaginazione ci si muove come dalla natura all’artificio. D’altronde Platone situava l’Iperuranio oltre la volta celeste come luogo dove risiedono le idee, immutabili e perfette, limite estremo dello spazio della materia fisica. Oltre la volta celeste non c’è più tempo né spazio ma solo spirito. Questi luoghi, al tempo stesso reali e ideali, creano il presupposto per una definizione dello spazio, metaforicamente ridefinendone i limiti del pensiero, la possibilità d’azione. Come “terzi spazi”, cinque luoghi e cinque svanire spingono verso una nuova dimensione di realtà che tenta di superare dualismi e opposizioni. Per questo i paesaggi di Iperuranio sono al tempo stesso qui e ora, domani e ieri, qua e là, veri e falsi, belli e brutti, immaginati e reali ecc. Quel che conta è abitarli, cadere col corpo dal cielo per entrare nei luoghi, appropriarsi dei paesaggi, e per reminiscenza, ricordare all’anima le idee perdute.

Giulia Bortoluzzi, ‘Iperuranio’, c/o Dado, Savignano S. R.  (FC)
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«Qual è la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto?» si chiedono i protagonisti di una nota saga di fantascienza umoristica; la fotografa Valeria Pierini cerca di darsi questa risposta percorrendo degli itinerari, visitando dei luoghi ameni, abbandonati o immaginifici ognuno con un tema rilevante la vita umana. Pur di ricreare i paesaggi onirici visti ad occhi chiusi è disposta ad inventarsi degli scenari. Questo perché li sente suoi, avverte di averli posseduti, anche se solo in sogno.

Troviamo, nella mostra, un percorso ascensionale creato attraverso una selezione presa da quattro serie fotografiche alcune mai esposte prima: Requiem, A senso unico, Iperuranio e Tabula rasa.

Il viaggio comincia con quelli che, a prima vista, sembrano luoghi dell’abbandono. Il pellegrinaggio solitario ed introspettivo ci conduce in posti che dimostrano di essere stati vissuti, addirittura amati, come parchi e giostre, poi crudelmente svuotati…

Il viaggio si infila in una direzione che il titolo stesso definisce ”a senso unico” come solo la fede può fare, ma in realtà di sensi riesce ad assumerne tanti quanti gli animi attraversa.

Il percorso ascensionale prosegue con la serie Iperuranio. Qui ci stacchiamo definitivamente dalla vita terrena e ci allontaniamo in un viaggio onirico, che va al di là dello spazio e del tempo.

L’artista ci guida attraverso le sue visioni per riportarci sulla terra senza mappa (da tabula rasa) con lo spaesamento che solo la ricerca interiore e la visione sono in grado di suscitare.

Da contraltare a senza mappa e alle immagini fin qui fornite tramite una fotografia laconica ed elegante, il quaderno della memoria, diario d’artista che si presenta come una sedimentazione di emozioni e impressioni poiché la memoria non è oggettiva ma la risultante di elementi non sempre controllabili: fili, disegni intagli qui la fanno da padroni, la memoria si libera quasi con sopravvento rispetto alle immagini ben composte viste fin qui.

Valeria Pierini ci accompagna in questo suo viaggio/sogno sulla vita l’universo e tutto quanto, garbatamente, quasi a voler evitare di ridestare chi sta ancora dormendo.

Vita Funicelli, ‘La vita l’universo e tutto quanto’, Castello di Sarteano (SI)


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CHIEDI ALLA POLVERE rappresenta una ricerca intima e minuziosa sul potere e la presenza del ricordo evocato e tessuto attraverso la produzione d’immagini e storie. Valeria Pierini, giovane fotografa “dell’epoca beat” è, infatti, una cantastorie contemporanea, una produttrice di metafore delicate e alle volte malinconiche che tramite la macchina fotografica trovano la loro ragione di vita, il loro equilibrio visivo. Fortemente attirata da temi quali il ricordo e il sogno, Pierini presenta per la mostra personale alla Galleria 3D un corpo di opere che ripercorrono alcune fasi cruciali della sua vita intima e personale, mettendo in evidenza l’importante e imprescindibile relazione tra la parola scritta e quella visiva.
Due serie fotografiche sono presentate in mostra, la prima Chiedi alla Polvere (2010-2013) è una costellazione d’immagini prodotte dall’artista e rappresentanti una fase di cesura e di cambiamento della sua vita familiare. Prodotte durante il trasferimento della zia, le fotografie assemblate come fossero
fotogrammi o appunti visivi, ritraggono i profili delle due case umbre che ricordano a Pierini la dimora pugliese dove bambina era solita trascorrere le vacanze estive. La casa, emblematica presenza, compare e scompare a distanza conservando pertanto la propria identità. Come presi in un vortice temporale, gli stessi oggetti, letti, quadri, suppellettili ricompaiono nel nuovo ambiente, a 700 km di distanza, conservando gli stessi odori, le stesse luci e le stesse atmosfere della vecchia abitazione. Immortalare in immagini spazi e ricordi nel loro perpetuo mutare è quasi un tentativo di conservare quel segreto che  si perde nelle pieghe della memoria, cancellato dal tempo.
La seconda serie in mostra, Della memoria e altri luoghi (2014), evoca ancora una volta il desiderio dell’artista di narrare storie piccole, dettagli quas e reperire per ricostruire una storia passata e allo stesso tempo futura, quella che andrà a consegnarsi nell’immaginazione dell’abitare nuovi  e “altri luoghi”. Come un archeologo Pierini scava nella memoria dei luoghi, sotto la polvere dell’oblio, per riportare alla luce quelle che, scomodando W. Benjamin, potremmo chiamare “epifanie di senso”.
In mostra anche una foto tratta da un recente lavoro di Pierini intitolato Iperuranio (2013-2014) raffigurante un paesaggio difficilmente riconoscibile nel quale s’intravede in lontanza una presenza eterea, un cigno. Con questo lavoro l’artista ha voluto stimolare l’ambiguità dei luoghi per insinuare il dubbio della loro verdicità. Al limite tra realtàe immaginazione, come spesso avviene nel ricostruire un ricordo, l’immagine si definisce per ipotesi e immaginazione.
Infine, una selezione di diari e appunti collezionati e archiviati dall’artista durante il processo di realizzazione delle opere in mostra, testimoniano dell’importanza del ruolo della scrittura nella pratica di Pierini. Parola scritta e immagine “salvata dall’oblio” coesistono in un unico panorama narrativo che definisce un universo artistico delicato ed essenziale ma allo stesso tempo ricco di aperture e possibilità. Come in una sorta di personale atlas, Pierini dispone le immagini dei ricordi che ha scelto di consegnare alla memoria.
Giulia Bortoluzzi, ‘Chiedi alla polvere’ 3d gallery, Mestre