Reviving the beat mood with Valeria Pierini, Movingforward-Style

Quando hai capito che “da grande” avresti fatto la fotografa?

Non l’ho capito, l’ho sentito. Cioè ho sentito che tutto quello che mi circondava all’epoca (parliamo di 6 anni fa) era superfluo, inutile, un dispendio di energie e tempo. Ho sentito la forte esigenza di rifugiarmi tra i libri e studiare per costruire un mio percorso artistico, capire qual’era la mia poetica e il mio vero modo di lavorare e intendere l’uso del mezzo fotografico. Tutto questo ha coinciso con il fatto che ho scoperto un modo altro di intendere la fotografia, che esula dal reportage e anche dall’ambito prettamente amatoriale. Quando ho avuto questa sorta di illuminazione dopo qualche mese ho sentito che dovevo andare da un’altra parte rispetto a quello che stavo facendo benché lavorassi in una piccola agenzia di comunicazione ed eventi e mi piacesse molto. Ovviamente questo sentire ha aperto tutta una serie di ‘problematiche’ relative al fatto che le persone faticano a capire che questo può essere un lavoro e che faticano a capire che non è un percorso lineare. In realtà è una strada fatta di rinunce e sacrifici, come molte altre, specie se non sei figlia di papà e se non vieni dal ‘posto giusto’. In ogni caso io seguo solo un mio grande istinto, come un musicista o chiunque abbia una forte vocazione.

 

 

Le tue fotografie sembrano rievocare l’epoca in cui in America si faceva lavorare moltissimo la mente mentre il corpo riposava per la fatica provocata dalle emozioni. Quali artisti, dell’epoca Beat, hai come riferimento?

Una parte della mia evoluzione personale ha coinciso con la lettura di alcuni testi della Beat Generation, ho adorato Keruac, Burroughs e le poesie di Gegory Corso…in effetti li ho letti più o meno tutti, anche gli scritti molto meno conosciuti delle donne Beat.

Ho letto anche le pubblicazioni di Dylan (i testi delle sue canzoni, Tarantula e Chronicles vol 1) le trovai emotivamente molto potenti. Come potente trovo il corredo visivo relativo a quella decade, adoro Dennis Stock e Bruce Davidson.

Diciamo che di queste letture ne è rimasta una parte dentro di me che ho arricchito e mischiato con altre letture, come ad esempio Sylvia Plath che molti considerano un’antesignana del flusso di coscienza tipico dei Beat. L’uso della pratica del diario (e forse anche di un certo mio modo di scrivere) è quello che rimane di queste letture nel mio lavoro. Trovo sempre molto interessante scoprire cosa c’è stato soprattutto prima di questa ondata Beat. Ad esempio ho avuto modo di leggere per la mia tesi, dei saggi sull’arte e sulla scrittura di Henry Miller e dello stesso Burroughs…credo che Miller era Beat quando nessuno dei Beat fosse nato. Ma questo è il bello dell’arte. Poche sono le cose inventate mentre molte sono le contaminazioni anche inconsapevoli.

 

Come capisci che una determinata foto è quella giusta?

Non scatto mai a caso. Al massimo se sono da qualche parte con la macchina fotografica e trovo delle scenografie buone da racchiudere in un frame, scatto, pur senza dover fare un lavoro preciso, e mi tengo le foto in archivio. Tengo un diario cartaceo dove raccolgo questo tipo di fotografie, appuntandomi magari pensieri o tematiche. In questo caso se nella realizzazione di un lavoro tra quelle foto ne trovo qualcuna che posso usare la inserisco nel lavoro in questione…una sorta di cut-up (ride).

A parte questa pratica, di solito lavoro con in mente un progetto definito a livello concettuale e scritto sulla carta, poi se il progetto richiede una messa in scena cerco la location spesso facendo dei sopralluoghi per decidere le inquadrature e appurare che la location ‘regga’, poi cerco gli attanti, e tutti gli elementi che mi servono e poi scatto. Se lavoro invece solo con il paesaggio mi faccio delle lunghissime peregrinazioni in macchina alla ricerca del luogo adatto. Insomma tutto è funzionale al tema su cui lavoro. Scatto dunque un basso numero di fotografie e non ci metto troppo in fase di editing a scegliere quale sia ‘migliore’. Il tipo di progettualità che seguo mi permette di avere il controllo su tutto il lavoro e di sapere in un certo senso già da prima quale sarà la foto che voglio. In genere comunque seguo il ‘principio della narratività’, ovvero la fotografia che racconta al meglio (a livello di composizione e sintesi degli oggetti nel frame) quello che voglio dire è quella buona. Cerco sempre una sorta di essenzialità, quasi marziale. La scelta di una foto buona è una scelta in senso negativo, è una sintesi, è un dire no al superfluo, ed avere poche foto e ponderate tra cui scegliere spesso aiuta.

 

E’ difficile emergere come fotografi in Italia?

Domanda da un milione di dollari benché sia scontata la risposta. Si che lo è.

Molte cause sono racchiuse nella mia prima risposta. Ed esse come molte altre motivazioni in merito a questo argomento sono dovute ad una commistione di fattori sociale e culturali. Detta in soldoni oserei riassumere tutto questo in: ignoranza, clientelismo, esterofilia e al contempo autoreferenzialità del sistema che non tutela né incentiva le pratiche artistiche o creative (noi in Italia gli artisti li deridiamo); nonché la presenza sovente della pratica amatoriale che invece che arricchire crea un grande casino perché credo che si dovrebbe in qualche modo ‘separare le cattedre’.

Ma del resto che ne sappiamo noi di tutte queste cose? In fin dei conti ci piacciono le donnine le squadre di calcio e siamo fautori del più tipico italian style: se posso fregarti ti frego. Io penso che senza necessariamente fare polemiche spesso sterili, sia dovere di chi si occupa di arte e creatività dire queste cose e smetterla con l’atteggiamento accondiscendente di chi sa ma fa finta di non sapere. Questo è un altro grande male tutto italiano, perché i problemi della fotografia sono solo lo specchio di quelli del paese.

Cioè, non può ancora avvenire che un fotografo della domenica vinca concorsi e quant’altro quando ci sono giovani che si fanno un mazzo tanto, fanno ricerca seriamente e che restano con un pugno di mosche in mano. Preciso che non mi disturbano gli amatori, questo discorso è rivolto a chi le cose le organizza, a chi organizza i concorsi e gli spazi per promuovere la fotografia. Facciamo le cose per tutti, e ad ognuno il suo spazio, il suo premio, premiamo i percorsi delle persone, restituiamo dignità a chi si nutre di pane e fotografia con l’intento e la voglia di costruirsi una vita e diamo allo stesso tempo i giusti riconoscimenti a chi la porta avanti come un hobby.

Ci sono troppi fotografi veri o presunti in giro per non fare i conti con questa cosa. La fotografia è diventata anche la patria di chi si improvvisa senza conoscere nulla a riguardo reiterando tra l’altro cose trite e ritrite. Altro problema è che si lega la fotografia ancora troppo spesso alla pratica del reportage dunque chi fa ricerca è sempre molto escluso benché magari lavori sulle stesse tematiche ma con un taglio più artistico. Altro problema è l’esterofilia…la maggior parte dei concorsi hanno tra i vincitori più stranieri che italiani. All’estero danno priorità ai propri talenti noi invece abbiamo sempre bisogno di nomi esotici eppure in Italia di talenti ce ne sono tanti. Per non parlare degli incentivi al collezionismo o dei sussidi agli artisti, pratiche consolidate ma non in Italia.

Noi abbiamo talmente tanta bellezza nel nostro patrimonio che non solo non la vediamo più ma non ne siamo all’altezza… noi gli artisti li insultiamo, non capiamo quanto fondamentale sia l’approccio creativo a molte tematiche della vita (c’è un’ampia letteratura dalla psicologia al marketing che parla di quanto sia fondamentale la creatività). Ma del resto che ne sappiamo noi di tutte queste cose? In fin dei conti ci piacciono le donnine le squadre di calcio e siamo fautori del più tipico italian style: se posso fregarti ti frego. Io penso che senza necessariamente fare polemiche spesso sterili, sia dovere di chi si occupa di arte e creatività dire queste cose e smetterla con l’atteggiamento accondiscendente di chi sa ma fa finta di non sapere. Questo è un altro grande male tutto italiano, perché i problemi della fotografia sono solo lo specchio di quelli del paese.

 

Progetti futuri?

Sto preparando un nuovo workshop basato sul concetto di storytelling-concetto chiave del mio lavoro e materia su cui mi sono laureata.

In questi mesi sto continuando un lavoro che dal 2012 è work in progress, si chiama ‘Io tra di voi’, a cura di Michela Morelli, ovvero un censimento per parole ed immagini della musica umbra tramite delle foto alle camere dei musicisti della mia regione. In questi mesi di produzione del materiale terrò un diario di backstage sul blog del mio sito. Sto poi preparando un nuovo lavoro sui sogni delle persone, è ancora in fase di studio, intanto sto raccogliendo del materiale e leggendo la letteratura sui sogni nonché raccogliendo i sogni di coloro che vogliono partecipare. Poi da giugno sarò coinvolta in una mostra collettiva dal nome ‘Martiryum Sancta Eulalie’, progetto espositivo itinerante tra la Spagna e l’Italia che farà tappa al Museo di Arte Moderna di Barcellona.

Queste sono le cose certe, in via di definizione c’è la creazione di uno studio di posa altre mostre, dei videoclip e progetti editoriali.