Dialogo con Valeria Pierini

di Alessia Vergari, estratto dall’intervista sul catalogo ‘topografia di una storia’, Add-art edizioni.

Alessia: Topografia di una storia è un progetto articolato che tocca la memoria di una città con i suoi luoghi e il loro vissuto. Il tuo lavoro ha in qualche modo creato una nuova rappresentazione della città non più geografica e storica, ma personale, affettiva ed emotiva, che trae spunto dalla memoria dei suoi abitanti. Com’è stato lavorare in una città come Foligno? Come è cambiata la sua topografia?

Quello che mi ha spinto a lavorare con Foligno è ciò che mi ha da sempre colpito di essa, una città che racconta se stessa, in molteplici forme. Ho sempre notato una sorta di fermento che in altre città umbre è quasi del tutto assente e, ove presente, diverso. Oltre questo, lavorare con Foligno non ha avuto una caratteristica particolare. L’unica possibile discriminante sul ‘come è stato’ è il fatto che non avendo una committenza non ho usufruito dei possibili benefici di un’eventualità del genere, quindi ammetto che è stato bello e faticoso. La sua topografia, alla luce del mio progetto, disvela la realtà delle cose che è sotto gli occhi di ogni persona che vive o attraversa un centro abitato: i luoghi hanno un significato non solo storiografico, ma ne acquisiscono anche uno relativo alle persone. Questo aspetto, sovente, è solo immaginato o percepito, se non viene svelato come in un caso del genere – le città sono le persone-storie che le abitano. Leggere la topografia di Foligno secondo le storie che mi sono fatta raccontare e che a mia volta ho raccontato con le foto è anche leggere qualcosa che può appartenere a qualsiasi luogo, anche geograficamente indefinito, perché riguarda il vissuto delle persone che hanno partecipato. Chi riconosce i luoghi può apportare il ricordo della propria esperienza, ma anche senza avere confidenza con la città, ognuno può trovarne con le storie narrate. Questo accade perché le storie sono come le favole: ognuna è al tempo stesso diversa e archetipo, quindi di tutti.

Alessia: Per realizzare questo lavoro hai utilizzato tre strumenti molto diversi tra loro: il racconto, la fotografia, infine, il video. Qual è stata la relazione tra questi strumenti nella stesura di una storia? C’è un mezzo che prediligi sugli altri?

I racconti che ho chiesto ai partecipanti sono la sceneggiatura per le foto scattate. Le fotografie sono la rappresentazione di queste narrazioni e sono state realizzate tramite la messa in scena, atto finale di un percorso composto da suggestioni e studi preliminari. Nel video, invece, ho applicato le stesse metodologie impiegate durante la stesura della mia tesi sullo storytelling nella fotografia contemporanea; quindi ho rivolto due domande, una generale ‘cosa è per te una storia’ e una particolare ‘raccontami una storia della tua vita legata ad un luogo della tua città’. In questa sede ho visto come i partecipanti si siano messi in gioco, non solo vincendo, come per le foto, eventuali timidezze, ma spesso manifestando riflessioni, se non cambiamenti rispetto all’inizio del progetto. Questo è il frangente che mi fa capire che un mio lavoro ha successo. Non parlo per vanità o velleità, ma del fatto che da artista, quando riesco ad avere uno scambio, spesso inaspettato, e dei momenti di riflessione con le persone con cui mi trovo a lavorare, sento che ho realizzato il mio scopo. Non sto qui a dire di tutte le volte in cui mi è stato detto che con questo progetto, le persone abbiano ritrovato dimestichezza e piacere nella scrittura, o quanto per alcuni questo lavoro abbia coinciso con la comprensione e la chiusura di un cerchio, perché li ha aiutati ad ‘unire puntini’. Ripeto, a scanso di equivoci, che mi sto riferendo ad un processo di crescita e scambio reciproci. Poco mi interessa fare l’artista per esporre foto in una mostra e venderle per il salotto di qualcuno (legittimo, sacrosanto e anche sempre benvenuto). E’ un discorso di umanità. Il mio mezzo rimane la fotografia e il suo rapporto (quando accade) con la scrittura, intesa come ispirazione, come letteratura, come diario.

 

 

Alessia: Topografia di una storia è la mostra conclusiva di un tuo lavoro più complesso denominato “Progetto mappe”, quanto di questa esperienza si può effettivamente dire conclusa e quanto, invece, ha aperto a nuove e future riflessioni?

“Progetto mappe” si è concluso e ha aggiunto vari tasselli al mio percorso: sia per quanto concerne i miei lavori ‘partecipativi’ sia per quello che riguarda la mia tesi, che non solo è diventata un corso di fotografia, ma ha trovato con questo progetto anche un vero e proprio risvolto artistico; è come se “progetto mappe” sia la prova pratica di quanto ho sostenuto nella tesi, anche perché riporta il procedimento scientifico che ho usato nelle mie indagini. Un terzo elemento è aver avuto modo di fare un site specific e sono contenta di averlo fatto in Umbria ; le mie origini non sono completamente umbre e Foligno non è la mia città, ma sono soddisfatta di avere avuto la voglia e la forza di lavorare sul mio territorio. In senso più generale (parlo anche al di là di questa esperienza), le riflessioni che ho approfondito sono la conferma di quanto penso, cioè che c’è bisogno degli artisti e che è necessario dar loro l’opportunità di interagire con i luoghi e le persone, di assottigliare questo limen che sembra dividere il mondo artistico da quello ‘comune’. Penso che, né socialmente né da altri punti di vista, siamo abituati a lavorare con gli artisti: a cominciare dall’educazione e dal rispetto che diamo loro, trattandoli sovente come persone che fanno – parlo nel mio caso – la fotografia come la fa il cugino di qualcuno, quindi dandogli il tempo e i modi di una pacca sulle spalle. Tale attitudine è un retaggio che si perpetua da anni, forte di quella credenza che ‘con l’arte non si mangia’ e che quindi non ha valore, incentivando in questo modo fotografi improvvisati o presunti insegnanti: il che rende complicato scegliere dove andare e a chi rivolgersi, se si matura l’interesse di lavorare con dei creativi o di conoscere elementi di fotografia. Spero che questo pressappochismo alla lunga imploda, tornando da dove è venuto, ossia dal nulla: si darà finalmente il giusto rilievo a chi studia, a chi ha una vera passione e non solo la tessera del foto club. Spero che tutto questo parlare di fotografia indichi alle persone come scegliere al meglio i professionisti ai quali rivolgersi, e lo stesso vale per le istituzioni. Esistono i curricula e i portfolio, sarebbe il caso che iniziassero ad essere usati! Ciò che in queste sede sostengo, con un pizzico di lucida acrimonia, ritengo valga non solo per la mia persona, ma anche per i miei colleghi, forte della convinzione che gli artisti siano una risorsa per la collettività intera.