Le tre serie fotografiche realizzate da Valeria Pierini invitano ad un viaggio concettuale intriso di rimandi simbolici e richiami iconografici. Uno ed infinito dipana un racconto che procede per immagini sintetiche ed incisive le quali conferiscono all’intera orchestrazione un respiro intimo ed allo stesso tempo universale; lo stesso titolo, in questo senso, è una chiara dichiarazione d’intenti. Lo scorrere del tempo e l’eternità si affrontano nella prima serie: la torre degli Sciri, immobile, domina il panorama di Perugia, mentre dietro di lei il cielo cambia sfumatura col passare delle ore. Dall’altro lato della foto, contemporaneamente, ma in un altro luogo, un fiore appassisce. In questa prima sequenza di scatti l’artista allude a tre tipologie temporali: l’immutabile che aspira all’eterno, il quotidiano, e l’effimero. Aggiunge poi il tempo dello spettatore e la sua esperienza contingente difronte all’opera: l’osservatore infatti rivive infinite volte le immagini in tempi e modi sempre differenti e mai precisamente definibili. Così facendo, l’artista, ripropone simbolicamente quello che accade nelle stanze di albergo: culle neutrali di infinite esperienze personali tutte accomunate dallo stesso panorama, immutabile ed insieme in divenire. Ed è proprio nella stanza che si sposta il soggetto delle foto successive: un letto che si disfà, delle gambe che si vestono. Il chiarore delle lenzuola si contrappone all’oscurità dell’ambiente in cui sta in piedi la figura creando decise contrapposizioni cromatiche che vanno man mano stemperandosi. Di nuovo il tempo e l’anonimo fruitore, sono uno ed ora, ma in potenza chiunque e in qualsiasi tempo. La seconda serie di scatti invece si concentra sul sonno e la veglia. Qui il tono impenna verso l’onirico e una giovane donna riposa su un letto avvolta da brani di poesia scritti in nero su lenzuola bianche; a tratti è colta nella totale incoscienza, a tratti sembra appena accorgersi dei segni che la ricoprono. Qui il privato del sogno si confonde o si contrappone alla realtà (o ad un altro sogno), si può dire parallela, che si dipana fuori dal sonno o nei suoi immediati pressi. Nell’ultima serie infine, l’artista ci accompagna in una caleidoscopica esplorazione che in serrata sequenza dal particolare di una stanza conduce, a suon di toni di rosso, trame di tessuti ed oggetti, al soffitto della stessa da cui pende un lampadario. Questo è un vorticoso, ma rigorosissimo viaggio nell’intimo di uno sconosciuto di cui manca il corpo, ma di cui si percepisce, per frammenti, l’essenza.

L’insieme delle tre serie è una narrazione efficace e coerente che tocca con delicatezza l’esperienza di un luogo ambiguo e mutevole come può essere un albergo, ma che in senso allargato abbraccia tutta la parabola esistenziale, soffermandosi sulla riflessione che concerne la percezione dell’altro e di se stesso nel tempo e nello spazio. Riferimenti autobiografici e firme inconfondibili dell’artista quali l’attenzione per i tessuti e l’inserimento del testo fuori e dentro la foto fanno di queste opere condensati concettuali che aspirano all’universale attraverso la riflessione sul particolare. La componente narrativa delle sequenze e la loro capacità di immergersi con discrezione nell’intimo del soggetto trattato avvicinano molto l’operato di Valeria Pierini a quello di grandi modelli come Sophie Calle e gli esponenti della Narrative Art.

 Michela Morelli