Primo blog di residenza
4-10 maggio
Assaporando il paesaggio scrivevo nel mio diario: ‘tutto l’ego e la gloria del mondo svaniscono di fronte a tutto questo, di fronte a una vita vissuta con senso di scoperta e abbondanza.’
I momenti pubblici sono fondamentali ma non avrebbero senso se li mettessi al primo posto, se cedessi a loro la mia legittimazione di artista. Questi momenti sono una conseguenza del mio essere, del mio fare, del mio stare a lavorare. E’ come la semina e il raccolto, un fare-dare e un ricevere, è una legge di natura. E la natura non è buona o cattiva, fa la natura e fare l’artista non vuol dire apparire ma adoperarsi a scoprire, assorbire e poi restituire. E’ una grande liberazione sentirsi appagati e legittimati dalla vita che si conduce, scelta e vissuta col proprio sentire, col proprio lavoro, è questo il vero successo.
Questo progetto artistico dedicato a ‘il sacro e le acque’ sta assumendo la forma di un riscatto.
Riscatto da alcune ossessioni di vecchia data e altre nate dall’ultimo mio lavoro (dedicato all’Etna, o meglio, all’energia del vulcano, giusto per rimanere in tema di sacro e affini).
Balene, triangoli, oceano Tetide, geografia immaginale. Questi ritorni mi danno il regalo di poter seguire ciò che la vita mi offre. Seguire, senza cercarle troppo, delle ossessioni-passioni, è un gran raccolto perché vuol dire che da quei semi può sbocciare una conoscenza più profonda e che una volta matura può rendere un servizio agli altri in quanto condivisa. C’è anche un altro pregio in questa esperienza: la coralità. L’approcciarmi in quella che è una vera e propria co-creazione che vede coinvolti altri creativi e diverse realtà del territorio. A volte non mi sembra nemmeno di stare in Umbria ma dev’essere che l’influenza del mare, qui dove una volta c’era un golfo, ancora si sente.
Chi lo avrebbe mai detto di trovare il mare in Umbria!
10-18 maggio
Un’ingegnera del suono di Hollywood, che vive a Monteleone, giorni fa, tra i tanti consigli, ne esplicitava uno: ‘don’t be an asshole’.
Come non essere un asshole:
-uscire dalla zona di comfort data da ciò che ci piace. Le ispirazioni rischiano di diventare trappole dell’ego, perché ci impediscono di seguire la nostra strada, evolverci e raffinarci.
-Uscire dall’ossessione del controllo data dalla progettualità: creare attraverso l’esperienza data dalla contemplazione della natura, o del soggetto in questione, unitamente a studio e preparazione, certo.
Bisogna andare oltre il limite per cui siamo riconosciuti, continuare a cercare nuove strade di conoscenza ed espressione – che non vuol dire cercare l’originalità ma lavorare sul proprio genio, perché ognuno ha il suo e quello non si ruba. Chissà quante opere degli artisti ci perdiamo, perché ‘costretti’ a produrre in base a ciò che funziona.
Sono diventata più anarchica, per sfuggire al rischio di ripetermi. Lavorare attraverso il viaggio mi ha aiutato ad uscire dalla mania del controllo che produrre in un ambiente familiare concede. Esperienze che porto nel cuore, che non mi fanno rimpiangere di essermene andata. E’ grazie a queste che ho realizzato quello che ho realizzato nella vita. Mi hanno permesso di capire perché una terra come l’Umbria può rivelarsi speciale: spazi-tempi dilatati, prossimità della natura, reti sociali, possono dar vita a piccoli miracoli di creatività e racconto. Sostenibili, circolari, a misura d’uomo.
Il territorio racconta sé stesso attraverso i suoi abitanti.
Questa residenza ne è la prova: un gruppo di persone riunito per raccontare qualcosa che c’era – balene e golfo – e creare uno spazio sacro da abitare, una mostra che sia esperienza e condivisione, per osservare il territorio con occhi nuovi. Fare arte di comunità vuol dire questo.
18-24 maggio
C’è un pensionato vicino casa mia. L’ho notato perché trovo spesso il suo garage aperto con lui dentro che dipinge.
Lo vedo da qualche anno e mi commuove sempre. Mi scopro a provare tenerezza pensando spesso a questa scena. Posso assumere questa immagine come rappresentativa della mia idea di artista.
Giorni fa ho sentito una frase: ‘non si diventa artisti da oggi a domani ma un’arte è sempre onorata di essere corteggiata’.
Mettersi al servizio della creatività offre spunti e bagliori che fanno funzionare meglio le cose.
Resettare il concetto di abbondanza e di utilità che tanto piace in era tecnocratica, può darci la misura del potere della creatività.
Farlo mettendosi anche in gioco, cercando di non farsi travolgere dalla mente censorea è ancora più potente e gratificante.
Penso a quest’uomo che dipinge a prescindere. Non so chi è, perché lo fa, se per hobby o per carriera. So che lui si siede e dipinge. Mi basta questo.
Perché so che in questo modo, qualsiasi vita abbia, è meno triste.
Mettersi al servizio del proprio dono, ascoltarsi e ricevere gli stimoli dati è qualcosa che continua a stupirmi.
Rifletto parecchio sulle committenze e sui limiti che i fotografi si impongono e mi chiedo dove sia la quadra.
Sono tornata a fare staged photography. Grazie alla direzione artistica di Rosenda Arcioni Meer ho accolto il suggerimento di raccontare i luoghi dell’Ecomuseo facendo rivivere personaggi e contesti, mettendo in scena un passato che parte dalla tradizione pittorica ma sfiora miti e leggende in chiave moderna.
Ho avuto un dejavou perché ho passato la vita a inscenare santi, leggende e sogni con la differenza che questa volta ho seguito un briefing: creare immagini che accolgano le persone offrendo diversi punti di vista. Tuffarsi in un set dopo l’altro con l’idea di fluire insieme ai luoghi e vedere cosa mi suggeriscono.
L’Officina è una factory, la stiamo vivendo così, ogni creativo dovrebbe avere il privilegio di lavorare così.
L’arte è condivisione.
24-30 maggio
“Mentre mi avvio al parcheggio per salire in macchina per tornare a casa mi affianca una farfalla.
Sono stata accolta dal cucùlo, circondata da upupe, ho convissuto con una lucertola, ho visto una serpe, tutto mentre ragionavo su balene estinte, capodogli e cetacei e i significati ad essi annessi: acqua, oceano, luna, grotta, Grande Madre, Wilderman e femminino sacro.
Devo dire che mi sono sentita piuttosto sponsorizzata da Madre Natura. Questa volta ho avuto la sensazione che tutte le cose che ho realizzato e studiato negli anni siano confluite in questa esperienza, vissuta tra la contemplazione dell’abbondanza di maggio e la frenesia della creatività. Mi scopro a trovare filoni tematici nelle mie opere, già da lungi: vulcani, mare, simboli e archetipi. Ecco, nell’opera a cui ho lavorato, con la guida e l’aiuto di Rosenda Arcioni Meer – la cui luminosità, in questo invito che si è fatto percorso, non saprei come rappresentare – mi sembra di aver unito molti di questi miti personali. Ne è nata, infatti, un’opera-mappa dove attraverso foto evocative e simboliche e altre narrative, racconto il miracolo dell’evoluzione, facendo coesistere insieme elementi presi dalla storia della nostra terra e dalla storia dei Sapiens, giunta attraverso forme di storyelling che da rituali sono diventate narrative e che hanno forgiato la nostra cultura, come un fiume sotterraneo.
Sentirsi al proprio posto, lavorare in team, ricevere consigli dettati da una saggezza antica e non precostituita, lavorare con una committenza che mi ha permesso di crescere e non di subire, mi ha confermato cosa vuol dire la libertà per un’artista, anche dal proprio ego, così voglioso di mondanità e riconoscimenti. Come in ogni buona residenza che si rispetti, questa, non solo mi ha permesso di realizzare un’opera ma anche di capire le prossime tappe del mio viaggio artistico. Ora so dove andare.