
Foto di Serena Fantini
Scrive Serena Fantini, vostra collega di crowdfunding, che ho avuto il piacere di avere come compagna dei mie viaggi e che mi ha restituito la sua esperienza attraverso questo testo che condivido con piacere.
Marzo 2025
La prima volta che feci un corso di fotografia rimasi stupita quando, esaminando le foto scattate durante un’uscita di gruppo, scoprii quante versioni diverse si potevano dare dello stesso soggetto, e quanto influiva su questa diversità l’occhio di chi scattava la fotografia.
Era il mio primo vero approccio alla fotografia come mezzo espressivo. Fino a quel momento lo scopo che avevo avuto era di imparare le tecniche e le regole per fare una bella foto. Da lì in poi il concetto di fotografia nella mia testa si è ampliato a dismisura, contaminandosi con altre forme espressive, la scrittura, il disegno, il collage, lo studio delle scienze, la fisica, la biologia, la geologia, la geografia.
Combinare la curiosità e una certa idea del mondo, dell’arte, della funzione delle immagini, è quello che mi trovo a condividere da quando frequento Valeria Pierini, dapprima come corsista, e poi come amica e collezionista, ed è un privilegio assistere ai suoi processi creativi partecipando ai crowdfunding dei suoi progetti, e seguendone i progressi attraverso i video, gli scritti, gli aggiornamenti che pubblica per i suoi collezionisti e sostenitori.
Stavolta mi è toccato qualcosa di più, accompagnare Valeria in una delle sue escursioni per il progetto sul mare. Un’esperienza formativa e appassionante sotto molti punti di vista.
Perché un progetto fotografico non è solo “fotografico”, ma prima di tutto è un “progetto”. Un qualcosa che prevede una visione, certo, ma non solo, ci vuole un obbiettivo, un piano di lavoro, lo studio di fattibilità, anche economico, la programmazione, la bibliografia. E poi ci vuole la raccolta dei dati, e la scelta dei luoghi, del tempo da dedicarci, della stagione giusta per visitarli e fotografarli. E infine ci vuole la fase successiva, l’analisi del “raccolto”, la revisione, la selezione, le foto che forse non servono per quel preciso progetto ma ti suggestionano al punto che te ne viene in mente un altro, perché se hai la mente allenata a cogliere gli spunti creativi quelli sbucano quando capita, e devi essere solo veloce a segnarteli, per lasciarli decantare e maturare.
Il weekend nelle Valli di Comacchio con Valeria è stato così. Attraversando un territorio intensamente antropizzato eppure permeato di natura e di poesia, visitando il Museo del Delta antico che conserva le vestigia di un mondo che non c’è più, calpestando i terreni molli circondati da canali di acqua salmastra punteggiati di creature maestose come aironi e fenicotteri, da foreste che crescono nell’acqua, da bacini di acqua ferma nei quali si riflette la trama del cielo, mi sono trovata a essere spettatrice di come tutto questo avesse in Valeria già seminato un immaginario, che si trattava solo di tradurre in fotografie, quei mattoni che alimentano la complessa e articolata costruzione multidisciplinare che è il progetto a cui sta lavorando.
Ho avuto l’occasione di apprezzare il rigore con il quale lavora, di sbirciare tra i suoi molti quaderni con i quali segue le fasi del progetto e annota gli spunti creativi, ho seguito i suoi passi e osservato da dietro le sue spalle per cercare di capire dove puntasse il suo obbiettivo. Ho ripreso i suoi movimenti, ho scattato foto dove scattava lei, certa che le nostre foto avrebbero ritratto gli stessi luoghi, forse, ma con diversi gradi di consapevolezza e sensibilità. Ho potuto constatare quanto possa essere frustrante un raggio di sole che rovina la luce che desideravi per catturare un’atmosfera. Ho apprezzato il momento in cui diceva “Basta, cambiamo posto”, e invidiato la consapevolezza che percepivo dietro quella decisione.
Ho assistito a una fase di un processo creativo, e non c’è stato niente di banale e scontato in questo.
E ringrazio Valeria di avermi dato una accesso privilegiato a questo momento.
Novembre 2025
È una fortuna portare avanti un progetto fotografico sul mare in un Paese che è una penisola con ottomila chilometri di coste? Non necessariamente. Valeria Pierini ha condotto un progetto da remoto sull’Etna, dimostrando che esserci non è così importante, se hai abbastanza risorse e inventiva. Ma è anche vero che per una persona che porta avanti un progetto fotografico sul mare ottomila chilometri di coste rappresentano un richiamo irresistibile. Sono coste dall’aspetto multiforme, più o meno caratterizzate dalla presenza o dall’invadenza dell’uomo, ma tutte si affacciano sul medesimo mare. I romani lo chiamavano il Mare Nostrum, un mare chiuso ma capace di essere anche apertissimo, e diversissimo, che si incontra e si scontra con terre fertili e deserti, acque dolci che lo invadono, e lo modificano, lo inquinano, lo minano, fondali bassi e profondità abissali. Un mare abitato da creature meravigliose, ma anche solcato da imbarcazioni cariche di turisti in cerca di emozioni, di pescatori in cerca di pesci, e disperati in cerca di speranza. Dopo l’esplorazione delle Valli di Comacchio, Valeria mi ha coinvolto in un altro viaggio di scoperta, stavolta nella Maremma. Un luogo che conoscevo, per averlo praticato da bagnante in diversi momenti della mia vita, e che ho imparato ad amare. Ma a dimostrazione che osservare il mondo attraverso il mirino di una fotocamera è un’esperienza diversa dal semplice guardare, anche stavolta l’occasione mi ha consentito di esplorare ben più di un luogo. Per noi che siamo gente di pianura, come diceva una canzonetta di parecchi anni fa, il mare ci fa sempre un po’ paura. Per noi andarci è un evento, e guardiamo alla gente di mare con l’occhio un po’ invidioso, un po’ perplesso – “ma come fanno a vivere tutto l’anno con questa umidità nell’aria?” – soprattutto quando ci capitiamo in quell’altroquando costituito dalla vita al di fuori della stagione estiva, quando gli ombrelloni si chiudono e le sdraio si impilano nei depositi. Eppure il mare è sempre lì. Rumoreggia sciabordando contro le spiagge ghiaiose, spumeggia contro le coste frastagliate e rocciose del promontorio dell’Argentario, trasporta tronchi e rami sbiancati dal sale nelle rive del Parco della Maremma, si intrufola nella laguna di Orbetello per mezzo dei canali artificiali, riempie l’atmosfera di umidità e salsedine. Il mare fuori stagione è un’esperienza a sé. Restituisce profumi, rumori che d’estate sono soffocati da quel turbinio che chiamiamo sacrosanta vacanza. D’inverno il mare sembra che torni ad essere divinità, esperienza quasi spirituale, patria della natura che lo abita e che ci si nutre. La Maremma grossetana è in gran parte protetta, la laguna di Orbetello ospita un’oasi WWF visitabile che offre la possibilità di camminare nel silenzio assoluto e di osservare le meravigliose creature che la abitano, più a nord il Parco della Maremma si spinge fino al mare, a proteggere un altro habitat di rara bellezza e fragilità. All’interno dell’Oasi nella casa Pelagos è possibile addentrarsi nei meandri Santuario dei Cetacei del Mare Mediterraneo, e le incredibili creature che lo popolano, attraverso percorsi museali di grande interesse. Con Valeria abbiamo fatto questo: visitare questi luoghi in silenzio. Un silenzio rotto ogni tanto dal click delle nostre macchine fotografiche, e da poche parole. Credo che entrambe abbiamo essenzialmente ascoltato il silenzio, perché ci consentiva di acuire lo sguardo. E quando quel silenzio si riempiva di rumore – la risacca sulla ghiaia, il vento che portava le onde a sbattere sugli scogli – lo abbiamo ascoltato senza interromperlo.
Perché il mare non è solo una distesa di acqua salata. Ha storie da raccontare, se solo stai ad ascoltarlo.