Mediterraneo – una riflessione partecipata

Mediterraneo.
Penso questo quando mamma inizia l’impasto per le orecchiette.
Penso alla mia terra d’origine, la Puglia, penso al mare. Al mare di quando ero bambina. Non immaginavo altro tipo di mare se non quello della marina dove trascorrevo le vacanze. Un trauma quando ho visto ‘altri mari’ mediterranei, diversi dal mio mare pugliese.
Penso alla mia idea di mediterraneo, a cosa visualizzo in associazione alla parola.
C’è una visione più mediterraneo di altre?
L’alto Mediterraneo è sempre Mediterraneo, è più o meno Mediterraneo?
Penso all’aggettivo ‘mediterraneo’ come paesaggio, come ecosistemi, clima, flora e fauna.
Penso che la casa dove vivo è circondata dagli ulivi: penso agli ulivi mediorentali, alla raccolta delle olive a novembre. Penso alla nebbia di novembre, al clima mediterraneo novembrino di quando si coglie l’oliva in Italia (anche se, negli ultimi anni, se ti tocca una giornata di sole sono 30 gradi). Penso che sono circondata da cose ‘mediterranee’. Penso, più lontano, ai cedri del Libano, alle terre riarse e alle isole dell’Egeo, penso che anche Marsiglia è mediterranea. Che la Francia ha una parte nord europea e una parte mediterranea. Che il Mediterraneo è il sud Europa ma che tocca paesi Mitteleuropei e del nord. Penso che il Mediterraneo non è solo europeo, Algeri, Malta, Alessandria, che greci e romani non si sentivano europei, il concetto di ‘europeo’ non esisteva, che le zone dell’est erano le più ricche dell’impero greco-romano, che il cristianesimo è nato a oriente del Mediterraneo, che nel vicino oriente si parlava il greco, lingua di quella cultura orientale che noi occidentali rivendichiamo come madre. Cos’è, dunque il mediterraneo come aggettivo? Evidentemente non è solo acqua azzurra e spiagge riarse o fotografie desaturate con luce zenitale del mezzogiorno. Il Mar Mediterraneo segna il sud dell’Europa ma è il nord dell’Africa e l’occidente dell’Asia. Quindi non è una questione da vedere con gli occhi di occidentale, sebbene da Italiana.
Come nasce la parola ‘Mediterraneo’?
Me lo faccio scrivere dalla mia amica filologa classica.
In greco: ἡ θάλασσα ἡ ἔνδον, ‘mare di dentro’; o ὁ ἡμέτερος ἡ θάλασσα ‘il nostro mare’.
In latino: medium terrae: ‘in mezzo alla terra / al centro della terra’.

Allargando il pensiero sulla mediterraneità, penso al fatto che quello che stiamo facendo io e mamma è un qualcosa che ha a che fare con la cultura del Mediterraneo, come ho sentito in tv ‘l’orecchietta è icona di identità territoriali’. Come anche la raccolta delle olive, che è un vero e proprio rito legato al ciclo delle stagioni e quindi del sole, in questa zona del Mediterraneo. Il Mediterraneo non ha le stesse date di raccolto e semina, perché dipende da come picchia il sole. Lo si vede anche andando a scoprire i riti di vegetazione dei popoli antichi: riti di morte e rinascita spalmati in stagioni diverse a seconda dei luoghi. E dipendono dal sole. Anche in nord Europa questi riti dipendono dal sole. Sul Mediterraneo c’è una grandissima varietà ‘di fusi’, racchiusi nella locuzione ‘clima mediterraneo’.
Pensando al Mediterraneo come mare si dispone di molteplici ecosistemi a seconda della geografia, lo stesso è pensando al Mediterraneo come cultura. Dal baccalà di Venezia (importato grazie agli scambi col nord Europa e divenuto piatto tipico italico) alle orecchiette con le rape, alla polenta, alle sarde alla beccafico, Iside e Persefone, Adone Attis, l’arabo e l’italiano, il greco e il francese, Indoeuropei e turchi (l’etnia, non gli abitanti della Turchia) discesi dalle steppe e divenuti mediterranei, la mezzaluna dell’Islam, la croce cristiana, le galere, le città-stato mercantili, Genova e Venezia su tutte. Tante cose mediterranee sono orientali, tante cose mediterranee sono divenute occidentali. Un groviglio quasi inestricabile. Cosa fa di me una persona di cultura mediterranea, qual è il sentimento mediterraneo?
Leggendo George Gissing e del suo senso del mediterraneo scopro che per lui indica il classicismo, il sud, e ho conferma che esiste, non da ora, un senso comune che lega mediterraneo e sud e che per un vittoriano come Gissing riguardava il glorioso passato e il presente decadente.
Alessandro Vanoli spiega che il concetto mediterraneo è nato nel 700: ‘mediterraneo’ indicava una zona climatica, a fine ottocento hanno iniziato a studiarlo nelle università, un concetto storico e geografico, viaggiatori nord europei scendevano a sud alla ricerca delle loro radici antiche, poi sono nate le vacanze al mare come le conosciamo. E’ sempre stato chiaro che a ridosso di questo mare hanno convissuto berberi, arabi, ariani ed ecco che è la culla di civiltà. Poeti, scrittori e pittori hanno contribuito all’immaginario mediterraneo, addirittura il mondo mediterraneo ha iniziato a trasformarsi assecondando quell’idea esotica della quale mi rendo conto siamo intrisi anche noi. Noi mediterranei.

Forse mediterraneo è un sentimento, un mood, e la stessa cosa vale per ciò che è baltico. Baltico o nordico è un aggettivo che si usa per tutto quello che, in pratica, non è mediterraneo ma nord europeo, almeno per noi europei o sud europei. Serve a descrivere un sentimento e/o una cultura derivata dalla luce di quelle latitudini, esattamente come ‘mediterraneo’. La luce del Mediterraneo è dura, la luce del Mare del Nord è morbida. Le capitali del nord sono frenetiche ed eleganti, con la luce morbida e pastellata, quelle del sud pullulano, maestose e decadenti, sotto un sole abbacinante. E forse lo fanno per attitudine. Una città come Alessandria d’Egitto, antica, non può essere ordinata come una Monaco di Baviera. E’ troppo antica per inglobare il raziocinio occidentale. Io non so dove questo pensiero mi porta o dove arriverà, e se, dove. Ci penso, però, perché è un pensiero che implicitamente ho sempre avuto ma l’ho lasciato di lato. Adesso grida a gran voce il suo spazio non tanto perché sto realizzando un progetto sul mar Mediterraneo ma perché per fare questo lo sto studiando. Cosa è mediterraneo e cosa no, ma soprattutto cosa è, specie in relazione all’Italia, al mio essere italiana e a dove mi rivolgo nel realizzare il mio progetto. Anche se le mie foto partendo da un dato reale portano in un altrove e ritraggono luoghi marini e linea costiera, come faccio a discriminare i luoghi da fotografare se non ne conosco il senso, la storia?
‘Il Mar Mediterraneo è la grande madre dei popoli che abitano le sue sponde’, questa la mia testimonianza audio, inviata per una mostra collettiva di 4 anni fa di ‘Progetto vicinanze’, alla Red Lab Gallery di Lecce. Allora venivo dagli studi sull’Etna e dalla pubblicazione de ‘Il libro degli eventi’, dove ho incontrato molte cose citate sopra e altre omesse relative al Mediterraneo ma riguardo al vulcano! Ancora Iside, Persefone, Adone, Attis, i riti di vegetazione, l’arabo e il ‘Mongibel’, Empedocle e la Magna Grecia, Iliade e Efesto, gli USA che bombardano la Ferdinandea. Una storia mediterranea, questa, più che etnea ma questo è il potere dell’Etna su di me: avermi portato in altri vulcani, in altri significati e sul Mediterraneo. Perché come scrivevo ne ‘Il libro degli eventi’, i vulcani, per me, sono stati questione di fertilità. Dalla fascinazione estetica per i deserti vulcanici, ho lavorato di concetto e di immaginazione e conoscenza ed è stato questo l’espediente creativo che mi ha permesso di evolvere come artista e di lavorare a quel libro interamente da remoto – un deserto non è mai davvero deserto, arido, sterile. Una volta che sono andata in Sicilia, oltre alle materie vulcaniche ho percepito la mediterraneità: Catania mi ha ricordato la mia Taranto che non vedo da lunghissimi anni, ho sentito il sud e anche l’est, e la Magna Grecia. E’ questa la percezione del mood mediterraneo, il vivere dentro la cultura mediterranea. Tante cose insieme in uno stesso momento. Più ci si avvicina al mare e più il mood mediterraneo viene percepito, eppure, siamo immersi nella sua cultura: modi e prassi, flora e fauna. La valle d’Itria è mediterranea anche se è nell’entroterra, la via Appia è mediterranea e non solo per lo sbocco sul mare. Cerco di trovare tratti mediterranei nella regione in cui vivo: olio e vino, ulivo e vite, flora e fauna e poi? Penso alle estati torride e gialle, ai paesi e borghi assopiti sugli appennini e la vita slow. Anche le metropoli mediterranee pur brulicanti sono slow, perché è un approccio alla lentezza e alla qualità della vita, a un certo modo di fare che suona una sorta di ‘take it easy’. Trovo anche questo nel libro di Alessandro Vanoli. Ecco, forse la qualità della vita è una caratteristica che riassume la mia percezione di mediterraneo. Anche il linguaggio è mediterraneo, occupandosi di questioni prettamente legate a questo territorio di mare e terra. Riflettere sul tema che affronto è una porta verso la conoscenza dello stesso, atta ad acquisire il suo linguaggio. Poter realizzare i due libri sull’Etna e Divampante fulgore ha voluto dire padroneggiare il lessico vulcanico. Altrimenti era inutile sfociare nell’immaginario perché ogni immagine mitologica o meno non avrebbe avuto senso, senza un linguaggio di partenza, atto a significarla. Il ‘limite della colata’ non è il ‘limite della colata’ è il ‘fronte lavico’. Un vulcano ‘a scudo’ non è uno ‘stratovulcano’. Più ci si discosta dalla fisica, sfociando nella meta-fisica e nell’immaginario, più il linguaggio va posseduto. Perché altrimenti si fa solo un esercizio di stile, un giochino. Quando parlo ai miei corsisti di approfondire e studiare non lo faccio a caso, ma perché sono io la prima a fare questo. E non si tratta di conoscere solo la fotografia (cosa si intende per ‘fotografia’, la tecnica, la comunicazione visiva? Senza il referente della fotografia, si parla di poco) ma di conoscere la materia di cui ci occupiamo con essa, per poterla trasmutare a nostro modo e senza il linguaggio attinente possiamo conoscere ben poco perché è quello che definisce e trasmette la materia in questione. Dunque, il linguaggio. Quali sono le parole che da italiana uso e che fanno parte della cultura mediterranea, che delineano la cultura mediterranea, alla quale appartengo per nascita? Dove mi portano queste parole? (beninteso, già molte delle parole italiane sono latine o greche, pertanto mediterranee dai loro albori, forse mediterranee ante litteram, mediterranee per provenienza geografica, più che altro). Adoro queste riflessioni, quasi fine a sé stesse, quando penso che esiste la possibilità che una delle parole che esprime un aspetto della mediterreneità per eccellenza, ‘pizza’, (che forse discende da pita, un pane comune a tutte le culture mediterranee) probabilmente si chiama così a causa dei longobardi. Si dice che pronunciassero la t con la z. Un continuo ragionamento sui confini, quindi, che sono validi solo se possono essere attraversati.

Chiedo quindi alle persone quali sono le parole che secondo loro esprimono la mediterraneità:
Martina: asperità e arsura, odori e radura.
Serena: civiltà.
Simona: incontro di culture, sapori comuni, mito, convivialità, mare, sole, ulivi, ospitalità, storia.
Alessio: caldo, il brano di Fresu, abbraccio: le terre che abbracciano il mare, la cultura del Mediterraneo che abbraccia l’uomo.
Stefania: calore, profumo.
Maria Elena: mix di culture.
Laura: condivisione, cultura, calore.
L’odore del forno a legna, l’odore dell’impasto della pizza/pane che cuoce, l’odore bruciato dei fuochi di rovi nel vicinato della casa al mare di quando ero bambina, aggiungo io.
Quindi dalle parole che esprimono un concetto non ci si può districare dalle sensazioni e percezioni che lo evocano. Quindi è un discorso di percezione, di sentire, che si tramandano nel mood mediterraneo.

Nella mediterraneità c’è una tipicità ma non un solo aspetto, più aspetti comuni, perché ogni luogo la arricchisce. Questi ragionamenti si possono fare di molti luoghi, specie se da oltre il senso geografico sono investiti da uno o più sensi figurati: penso al Mare del Nord o all’Indonesia, o al Mar dei coralli. L’Indonesia di Jakarta non è quella di Flores, o il Mar Baltico di un luogo svedese non è lo stesso di uno lituano. Quindi c’è una base comune arricchita dalle sfaccettature che ogni luogo fornisce. Il Mediterraneo, come il Mare del Nord o il Mar dei Coralli, include un modo di fare civiltà, sfaccettato, evidentemente. Forse nessun luogo è, comunque, così tanti insieme. Il senso del Mediterraneo nato dal senso borghese vittoriano, che ha connotato la mediterraneità. Forse è questa un’altra forma di colonialismo? E’ un po’ come dire a qualcuno cosa è, definirlo in qualche modo, tanto che questo ne resta influenzato. C’è, dunque, un senso mediterraneo più mio, più nostro, più originale, più innocente, più puro, primigenio?

Valeria Pierini

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