Articolo pubblicato su The trip magazine, 2020.
Impiego due giorni di viaggio per arrivare a Derry. Non mi lascio sfuggire l’occasione di atterrare a Dublino e percorrere in lunghezza l’isola, fino alla ‘città vergine’, sulle sponde del Foyle River, adagiata sul confine più violento dell’Europa della fine del XX° secolo: quello tra EIRE e Regno Unito. Capisco di essere entrata in Irlanda del nord quando i cartelli in doppia lingua (irlandese e inglese) scompaiono. Ammetto che, motivi di lavoro a parte, è bene studiarsi la storia prima di approdare in quella che è stata definita da più parti l’unica colonia in Europa: è utile per percepire le sfumature e i linguaggi delle persone, l’architettura degli edifici, gli spazi e i paesaggi.
Dopey Dick
La prima cosa in cui mi sono imbattuta appena arrivata a Derry, è la storia, letta al bancone di un pub, di Dopey Dick, un’orca che nel ’77 si è fatta una nuotata lungo le sponde del Foyle. Quando sono stanca vado a sedermi di fronte al fiume, sperando di vederla. Ho fatto delle ricerche ed ho scoperto, in alcuni articoli di pochi anni fa, che Dopey Dick è vivo e sta bene. Lo hanno identificato in un pod di orche, che nuota qui a nord, con l’esemplare fino ad allora conosciuto come ‘Comet’. Mi viene da pensare alla ‘Comet’ di Betlemme.
Maiden City & The Diamond
La città di Derry/Londoderry è l’unica nell’isola d’Irlanda a possedere intatta la cinta muraria risalente al XVII secolo e totalmente restaurata e in buono stato. A Derry puoi camminare sulle mura lunghe un miglio ed osservare in circolo i dintorni della città, passare all’altezza delle finestre, sbriciare nei vecchi palazzi e, conoscere la storia delle mura, bastione per bastione, gate dopo gate, tanto sono ben tenute e descritte attraverso info point disseminati lungo il perimetro. Il fulcro del centro storico, che nella parte est è costeggiato dal Foyle, è il Diamond, una statua commemorativa dei caduti durante la I° Guerra Mondiale, dalla quale partono le quattro vie principali, ognuna corrispondente ad un gate delle mura, ognuna verso un punto cardinale: Shipquay Gate (Nord), Ferryquay Gate (Est), Bishop Gate (Sud), Butcher Gate (Ovest). La città, dentro e fuori le mura, non è priva di cultura, anzi: a partire dalla bellissima Playhouse e il vicino CCA, il Nerve Centre, la Void gallery, il Verbal Centre e il Culturlann Uí Chanáin, il primo istituto di lingua e cultura irlandese della città, non posso escludere Art Arcadia, l’organizzazione che ha ospitato il mio periodo di residenza d’artista. Quello che mi ha colpito è il fatto che la cultura sia considerata una cosa pubblica, un qualcosa che viene tutelato e incentivato, per quanto possibile. Il concetto di ‘cross community’ a me tanto caro, dopo questo viaggio non lo scorderò più. In qualsiasi punto della città ti trovi hai un campanile di riferimento. Svettano sicuri – protestanti o cattolici non fa differenza – tra le costruzioni della città, grigi e maestosi, quasi come lancette di una bussola. Camminando tra i vari quartieri e in giro dentro le mura, a volte hai modo di capire se stai passando davanti una casa protestante o cattolica. Te ne accorgi dai soprammobili esposti alle finestre.
St. Augustine e il Bogside
Il mio alloggio è adiacente alla St. Augustine Church, ‘The wee church’.on the Walls. Un graziosa chiesa della Chiesa D’Irlanda, con annesso giardino e cimitero sul lato ovest delle mura, esci da lì e trovi la collina del Bogside, con le sue case grigie, il campanile di St.Eugene e la strada dove gli Undertones girarono un loro famoso video. Il colle, sembra una foto di James Casebere, sebbene dai toni più spenti. Al lato sinistro c’è il cimitero che sembra un porto di barche, tanto svettano pinnacoli, pali e alberi. Visitare Brooke Park, adiacente alla cattedrale di ST.Eugene è fare un viaggio soffuso tra grandi viali, aiuole perfette e odore di erba appena tagliata. Alla fine del parco, in alto, c’è un vecchio edificio di mattoni rossi, che sul tetto ha, gigante, un verso degli Undertones. Non posso non amarlo. A tratti, il fruscio degli alberi verdi, mi ha fatto pensare a Thomas: mi aspettavo una jeep piena di mimi o che ne so, scoprire i resti di un delitto tra qualche cespuglio. La città sembra lontana, proprio come in Blow Up, giri un angolo o attraversi la strada e d’improvviso trovi il silenzio.
Il fiume
Il Foyle è il fiume con le correnti più forti d’Europa, la cui foce diventa un Lough e quindi ingloba le maree del Mare del Nord che ne invertono il corso due volte al giorno. A causa delle pietre scure sul fondo, le sue acque sono violacee e tempestose grazie alle forti correnti, che puoi benissimo sentire se vai ad est attraversando il Peace Bridge, verso Ebrington, ex zona militare, oggi in recupero e fermento grazie a coworking e gallerie d’arte. Lungo il fiume, nella sponda ovest, ci sono alcune targhe commemorative e info point: da lì partivano le navi con i migranti, lavoratori stagionali verso l’Inghilterra e la Scozia, molti dei quali non tornarono più su quest’isola.
Le due sponde
Camminando per il Bogside (Taobh an Phortaigh, in galeico irlandese) osservo le persone: ci sono pullman di turisti che visitano il Free Derry Corner. Se cerchi su Google immagini la città di Derry, questo monumento è uno dei primi risultati, parimenti ai murales loyalisti dall’altra parte del fiume, visitarli entrambi è, devo dire, emozionante. Quando ho modo di visitarlo, Il Free derry Corner porta una dedica per Lyla, la giornalista uccisa dalla New I.R.A. pochi giorni prima il mio arrivo. Alcuni mi dicono che quella scritta così forte, in quel monumento così importante è un grosso indice di quanto la popolazione si discosti da questi gesti scellerati ‘not in our name‘, c’è scritto. Il tour dei pellegrini prosegue verso il Bloody Sunday Memorial, accompagnati dai murales sulla via e al Free Derry Museum. Mi sembra di riconoscere le foto di Clive Limpkin della Battle of the Bogside, i suoni in loop delle manifestazioni sono strazianti. La scritta all’ingresso recita: ‘chi non combatte per la giustizia qui è uno straniero’. Lascio la macchina nello zaino e mi limito all’uso del cellulare cercando di raccogliere con esso dei memento: poster, proiettili e camicie insanguinate. Poi c’è l’altro Bogside (o forse è sempre lo stesso ma il mio sguardo è viziato dalla storia, forse), quello delle mamme con i passeggini, degli operai che aggiustano case, dei pubs e dei fish and chips-che sembrano non accorgersi del ‘funeral tour’, o forse ci sono abituati. Mi domando, nel profondo, come si faccia a convivere con tutto questo, ci sono io che cammino per strada, intristita e sul chi vive, con i rumori del museo, le immagini dei cortei che proprio in quella strada sono avvenuti, per non citare di peggio, e ci sono loro che svolgono la loro vita. Il senso della mia curiosità si aggrava quando penso di essere nella civilissima Europa, guardo in alto, verso le mura e vedo le reti di contenimento a ridosso di esse che in alcuni punti sono rimaste intatte. Tutto è mònito, tutto è memoria. Vivendo giorno per giorno, penso, avranno ‘superato’ (?) la vicenda. Mi raccontano dei locali a Fountain, (il Mem e il pub Paradiso) dove, durante i Troubles il venerdì sera le persone andavano a passare qualche ora, a svagarsi e sbronzarsi, per poi ritornare camminando per le vie dove stanziavano i militari e vivendo una vita scandita dal coprifuoco. A Fontaine i marciapiedi hanno i colori della bandiera inglese, alcune case sono diroccate e alcune stradine, le più interne, deserte e silenti. ‘Se ti vedono con la macchina fotografica non ti dicono niente, i turisti sono ben accetti’, ricordo quello che mi dicono quando il senso di inquietudine mi pervade avendo l’impressione di essere per qualche istante fuori da ogni istante, fuori dal tempo. Penso che vent’anni fa, di contro, camminare come faccio io con la macchina al collo non sarebbe stato possibile. Sono sotto il lato est delle Mura, il campo dei Bonfire, nell’isolato adiacente, una scuola primaria, i bambini che giocano dentro al cortile. Svetta la cattedrale di St. Columbus con l’immenso e affusolato campanile. Provo un grande senso di pietà ed empatia.
Port Stuart e Port Rush
Durante il secondo fine settimana di permanenza, mi dirigo a nord, lungo la Causeway Coastal Route. Conditio sine qua non per il mio viaggio è che mi si porti a vedere il Mare del Nord. Port Stuart Strand è un ottimo posto per assaporare lo spleen di una spiaggia del nord, larga e lunga, costeggiata da muri di basalto, col mare grigio e a tratti lattiginoso e sornione. Dopo la linea di sabbia, la vegetazione di arbusti e cespugli si stende a macchie, con punte di marrone e verde scuro. Port Stuart, meta balneare in epoca vittoriana, sembra un quadro, con le case colorate e i tetti a punta, tutto tace, tutto sembra addormentato. Nel pomeriggio, piovoso e a tratti soleggiato con la luce del nord, ho modo di assistere alla cerimonia di insediamento del novo pastore della cittadina, non prima di aver saggiato la locale sala da the all’inglese (o almeno per l’idea che una del sud Europa può avere di una sala da the all’inglese). Credenze, colori pastello e carte da parati vistose dolci, dolcetti e sandwiches con vista mare. Verso Port Rush, di cui mi parlano come della ‘Riccione dell’Irlanda del Nord’, la costa diventa ondulata, per strada ci sono le insegne e gli spalti di una corsa di macchine, il percorso dentro e fuori la città si presta bene. Non troppo lontani dalla riva, scogli e piccole isolette e l’acqua grigio verde. Sul lungo mare di Port Rush, ci sono giostrine e l’atmosfera tipica della bassa stagione, c’è ancora silenzio, a parte la pioggia-non-pioggia, quando cade. La giornata termina a The Dark Edges, quasi impossibile da fotografare visto il fiume di gente che percorre il viale. Non è tanto la prospettiva del luogo ad attrarmi quanto il soffitto, mi viene da dire ‘degno dei mastri elfici di Re Elrond, o del Bosco d’Oro’ anche se lì ci hanno girato Games Of Thrones.
Donegall
Il giorno dopo vado in Donegall, oltrepassando il Bogsdie e Creggan per una collina impervia. Seguo il puntino sul navigatore nell’esatto momento in cui varco il confine tra i due stati. In quel punto non è segnalato, è una strada poco più che di campagna. Ma devo dire che la mente mi andava a mille, vuoi per tutto quello che ho appreso prima e durante il viaggio, vuoi per il momento storico, visto che il confine è la questione cruciale degli accordi (o non accordi) per la Brexit. La prima tappa è Grianan di Aileach, un ampio forte circolare in pietra dell’Età del Ferro, situato all’ingresso della penisola di Inishowen vicino al villaggio di Burt. Situato su un colle, a dir poco ventoso, permette una vista di 360° sul Lough Foyle e sul Lough Swilly. Il forte è perfettamente conservato con pietre bianche e piccole scale che ne permettono l’ascesa e la discesa nei vari punti. Mi dirigo poi verso Buncrana, e mi fermo in una spiaggetta lungo Lough Swilly e apprendo, con molta sorpresa, della nascita del famoso inno Amazin grace, con buona pace per non averlo saputo da prima. Un mercante di schiavi fa naufragio lungo quelle sponde e, salvatosi, si converte. Amazing Grace è il suo ringraziamento. Prima di salire fino a Fort Dunree, faccio visita alla spiaggia al di sotto di esso, al lato orientale.L’acqua sembra viola, la vegetazione è verde e marrone, come di cioccolata e pistacchio.Fort Dunree, oltre che il museo militare ospita un delizioso cafè con vista sul Lough nonché un piccolo centro per l’arte contemporanea e le residenze d’artista (Art Link), con tanto di piccolo museo di storia naturale la: Wildlife Discovery Room. I ragazzi del centro d’arte gestiscono un delizioso community garden, tra le mura in rovina e fanno pure la pizza col forno a legna!Una volta in cima al forte, dopo aver percorso baracche di metallo dai colori pastello e inghiottite dagli arbusti, il senso di vertigine, tra le alture dei luogh e la vastità dell’Atlantico vestito da Mare del Nord è quasi straniante, se guardi dritto non hai orizzonte, se guardi in basso vedi il blu profondo. In questi due giorni di pellegrinaggi sulla costa a nord di Derry, rispettivamente a est e ad ovest, ho finalmente percepito il paesaggio irlandese. L’ho fatto per differenza, confrontando quanto vedevo tra un giorno e l’altro. Quando vai nella Repubblica, non puoi non essere che in Irlanda: lo vedi dalle strutture delle case, dalle recinzioni, tutto ha un ‘gusto’ irish. Lo vedi subito. In Irlanda del Nord, invece l’impatto umano, l’architettura è diversa e, per par condicio, tutto è molto english, probabilmente per gli edifici vittoriani o simili. L’unica costante tra questi due lati della stessa isola sono le pecore e il bog. Un’italiana che vive qui da vent’anni mi ha detto: ‘come fai a tradurre in italiano bog? Il bog non è la brughiera. Suppongo abbia ragione, noi per bog intendiamo palude ma forse non possediamo a pieno il concetto visivo del bog.
Leggende
La Repubblica Irlandese è famosa per le sue leggende e miti.
Mi fanno notare che nel nord queste consuetudini non fanno molto parte del background della popolazione, o almeno di parte di essa. In effetti, sebbene abbia incontrato persone che mi abbiano regalato bellissimi aneddoti mitologici (tipo che il primo re celtico fosse egiziano), di contro, ho parlato con persone che non riuscivano molto a capire cosa intendessi per ‘miti’ e ‘leggende’. Per alcuni il fairytale è esclusivamente roba per bambini. Le mie riflessioni, dovute agli incontri e agli studi in materia, mi lasciano presagire che l’eterna lotta di amore e odio, peccato e redenzione, cantata nelle fiabe irlandesi tra folletti (pagani) e umani (buoni cristiani, che siano penitenti o pii, è lo stesso) non sia altro che la metafora dell’ormai ancestrale diatriba tra cattolici e protestanti. Ecco, forse, perché chi è di ‘provenienza’ inglese (più che mai culturale) non sembra annoverare leggende e miti nel suo immaginario, almeno non nel senso ‘irlandese’ che noi del sud Europa attribuiamo a leggende e miti. Mi parlano più volte del pragmatismo della lingua inglese: ‘attenta a quello che scrivi, sei italiana, usi molte metafore, qui non le capiscono’, allora mi domando che fine abbiano fatto la poesia senza fondo di T.S. Eliot, la rosa e il nome di Shakespeare, per non parlare della lingua di Joyce, poi ad un tratto penso a Seamus Heaney (di cui qui esiste una birra col suo nome), di già ammiratore della poesia di Philip Larkin, ed alla sua ‘Limbo Land’. La sua poesia era metaforica non nella forma quanto nel contenuto, dev’essere per questo che gli sono bastate queste due parole per rendere l’idea – e per questo, secondo me, resta imbattuto – di cosa sia l’Irlanda del Nord. Molti di noi, al sud, lo ammetto con un po’ di mestizia, non sappiamo mica che ci sono due Irlande, o forse tre.