Il libro degli eventi

Il libro degli eventi

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

W. Szymborska

 

Come raccontare un vulcano e il suo ambiente, tanto antico quanto mutevole?

E’ possibile unire la scienza e la pratica artistica?

Come si portano queste due forme di conoscenza tra le persone?

‘Il libro degli eventi’ è il progetto di residenza d’artista che Valeria Pierini e Dendron attendono di realizzare di più di un anno. Viste le continue chiusure a causa dell’emergenza sanitaria che impediscono spostamenti e riunioni di sorta, Dendron, Valeria Pierini e la curatrice del progetto, Virginia Glorioso, hanno deciso di lavorare lo stesso.

LA RESIDENZA D’ARTISTA SENZA LA RESIDENZA

In attesa di poter realizzare concretamente il progetto originario, durante questi mesi di preparazione, sarà pubblicato il backstage, sul sito di Valeria Pierini, fruibile a tutti, pubblicati qui, ogni due settimane, dove, ogni passo del processo creativo, sarà corredato dalla relativa riflessione critica riguardo la fotografia e la tipologia di lavoro artistico svolto. Una sorta di residenza d’artista senza il luogo specifico. Siamo mutevoli quanto il Vulcano, dunque, certi che lo spirito di adattamento, in questo momento di difficoltà sociale e lavorativa diffusa dalla quale gli artisti non sono per niente esclusi, sia uno stimolo verso un’evoluzione sociale ed artistica consapevoli.

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#1  Vulcano/imprevisto tecnologico

Una residenza d’artista senza il luogo specifico.

Lavorando da remoto è possibile? Ed è possibile quando il luogo/soggetto è un vulcano?

Si, se abbassiamo tutte le costrizioni fisicamente intrinseche alla fotografia. Non che le questioni qui affrontate non siano fotografiche: partono dalla fotografia, passano, di molto, attraverso la post-fotografia e arrivano ad essere questioni-riflessioni-pratiche meta-fotografiche, artistiche addirittura. Per costrizioni fisicamente intrinseche alla fotografia intendo la convinzione che ci lega all’atto pratico di scattare-produrre immagini. Si lavora con le fotografie, si scrive con la luce, anche se quei testi non li abbiamo scritti noi. Si lavora attraverso la ricerca iconografica, l’archivio, la found photography, la manipolazione. Posso produrre immagini partendo da un insieme visivo prodotto da altri: montare, smontare, alterare foto, una nuvola da una foto, una montagna da un’altra, ho la mia immagine senza aver scattato una fotografia. Se non le scatto io, cosa sono? Sono sempre fotografie – digitali – un insieme di informazioni in codice binario – ma analogo ad un insieme di sali d’argento ottenuti in camera oscura dal montaggio di una nuvola, una montagna, tutte derivanti da immagini diverse e che vanno a comporre una nuova. Quindi: il soggetto del lavoro (il Vulcano) è fisicamente assente, le fotografie non vengono scattate, cioè acquisite da me attraverso una macchina fotografica (o dispositivo in grado di catturare immagini: tablet, cellulare…).

Qual è la miccia?

La miccia è che per preparare un progetto, solitamente, ci si documenta sull’argomento, con materiale eterogeneo e su diverse tematiche annesse, prima di giungere al PUNCTUM del progetto da realizzare, prima di sintetizzare la nostra idea in un quid. Testi, materiale audiovisivo, scienza, letteratura, storia, mitologia, fotografie, disegni, arte. Tutto questo confluisce nel mio diario e le immagini di oggi vi sono giunte proprio così, cercando su Internet. Definito il progetto che realizzerò fisicamente sul Vulcano, mi sono ritrovata con moltissimo materiale – presumibilmente – in eccesso, di scarto – non pertinente col mio PUNCTUM finale – ma che dal medesimo Mare Magnum delle mie ricerche proviene. Abbiamo deciso di pubblicarlo. Dicevo, una residenza d’artista senza il luogo fisico. Quanti lavori possono essere fatti su uno stesso soggetto? E su un soggetto fisicamente assente? Si può unire l’arte alla scienza? Dove sono i limiti tra la documentazione e la finzione, specie se il mio soggetto è lontano? Se già il mio progetto ultimo è poetico e scientifico insieme, mischiando dati e immagini il più realistici possibili e le memorie degli altri, va da sé che siamo ben lontani dal concetto di cronaca-documentazione obiettivo. E sfatiamo un mito: la fotografia non è oggettiva. Tolto questo assunto dalla scarpa, andiamo avanti confermando che ogni cosa qui presentata è reale ed alterata insieme. È una possibilità, una versione della storia. Questo modo di raccontare aumenta le possibilità di comprensione e immaginazione della ‘realtà’. Esercizio artisticamente e socialmente utile. Quando insegno alle persone a fotografare faccio scomporre lo stesso soggetto – spesso banale – quante volte e come posso fotografarlo? Quando al soggetto aggiungiamo un contenuto, un significato, la moltiplicazione dello stesso attraverso le fotografie cresce esponenzialmente. Bene. Questa serie di fotografie è stata esposta ad un’analisi e ad una relativa e pertinente manipolazione svariate volte. Oggi si presenta la prima. Nei miei diari queste fotografie sono stampate poco meno grandi di una cartolina e passano quindi per la stampante. Senza manipolarle, ho scelto delle foto e ho ordinato alla stampante di stamparle. Succede che la suddetta macchina sta finendo l’inchiostro e mi ritrovo con una serie di foto alterate, a suo piacimento, in base alla quantità di inchiostro disponibile. Strisciate orizzontali a parte, se già un vulcano è considerato una specie di terra aliena, desolata e ostile alla vita (grossissimo fraintendimento su Madre Natura, questo) mi sono trovata per le mani le foto di un mondo, non solo a me lontano, ma, diciamo, inteso come qualcosa che sulla Terra non esiste. Rallentata nella compilazione del diario e infastidita nell’avere qualcosa che non volevo e che nell’immediato non mi serviva, decido di incollare le foto sul quaderno, nonostante la sfiga. Almeno non spreco carta e inchiostro, già inutile di per sé, almeno per quello che volevo servisse. Ma nonostante la mania progettuale e di controllo sul processo, un artista sa far tesoro dell’imprevisto, quand’anche dell’errore, anche tecnico come in questo caso, magari in modo inconsapevole ma è tanto più maturo, forse, quanto più dà ascolto al pensiero laterale. Forse si potrebbe parlare di ‘imprevisto tecnologico’. È così che incollo e guardo quelle foto e capisco come andare avanti. I vulcani e le scienze della terra sono una mia passione da quando ero bambina, quindi, già felice per questo progetto, decido di non sprecare nessuna occasione di riflessione e creatività che mi avrebbe portato.

Ho guardato le foto sul quaderno e sono andata a cercarne altre sul Sistema Solare e nella fantascienza.

Dov’è dove?

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#2 Vulcano/Marte

Il passo successivo è stato pensare di invertire digitalmente i colori delle foto. Il risultato è stato che, a causa della colorazione, possono sembrare foto scattate su Marte.

Le foto che vediamo di Marte risultano ‘rosse’ a causa delle caratteristiche del pianeta, ovvero la presenza nelle sue rocce di ossidi di ferro la cui lunghezza d’onda corrispondente è relativa alle colorazioni della scala del rosso. Non sono le foto ad essere rosse ma è il soggetto ad esserlo, nel senso che la sua composizione chimica restituisce la lunghezza d’onda del rosso. La composizione delle rocce di Marte, fa sì che il pianeta sia ‘rosso’, da qui la denominazione, infatti. E’ possibile ottenere una foto ad un soggetto ‘tendente al rosso’ ma con bilanciamento tendente al bianco ma più il soggetto è ‘intriso’ di rosso e più è difficile tendere al bianco, complici gli strumenti ottici utilizzati, la loro risoluzione e i canali colore delle immagini. (E la stessa cosa vale per le foto che stiamo ottenendo dalle sonde attualmente su Marte, che ci mostrano un pianeta blu, a causa delle particelle dell’atmosfera e del loro comportamento, buffo no?) E’ come quando si fotografa un tramonto: l’immagine è talmente intrisa di rosso che è difficile togliere la dominante, ottenendo i colori del tramonto ma tendenti al bianco. In astronomia, spesso, le immagini che vediamo sono i risultati di una sovrapposizione di centinaia di scatti, realizzati a diverse lunghezze d’onda, con filtri e contrasti che ci permettono di percepire ‘bene’ i soggetti delle foto. E’ per questo che solo nel 2020 abbiamo ottenuto la foto a più alta risoluzione mai realizzata di Marte, risoluzione tale da fare risultare il suo panorama meno ‘alieno’ al nostro occhio, con un bilanciamento del bianco ‘neutro’, per dirla facile. Qual è, quindi, la questione che fa somigliare le foto manipolate del Vulcano a Marte? – innevato, certo, ma l’immagine socialmente condivisa di Marte, mi fa localizzare queste foto della Montagna come se fatte su Marte. Potremmo anche aprire la parentesi proprio sui costrutti sociali attraverso i quali leggiamo un testo visivo, ma non è il topic di oggi.

Invertire i colori in fotografia significa ottenere i colori opposti ai colori di partenza della foto. Da foto trovate in rete con un profilo colore RGB, le foto del Vulcano sono colorate di una scala colore compresa tra l’arancione, il giallo e il rosso. C’è la verità in queste foto, dove finisce? Valgono, per chi e quanto, foto di un dato reale seppure manipolate? Sono vere a metà? E l’altra metà è licenza poetica, fiction o un giochino da incompetente e smanettone che gioca a fare il divertissment positivo-negativo? E le foto in bianco e nero, quindi, che cosa sono? – sono vere perché ritraggono un dato reale ma parziali perché eliminano le informazioni sul colore che tanto ce le faceva sembrare banali e volgari, fino a che non abbiamo accettato la fotografia a colori, pensando che il bianco e nero lasciava i sentimenti, le ossature delle cose, del mondo? Probabilmente potremmo davvero confondere il Vulcano con Marte, in base alla conoscenza visiva che ne abbiamo, specie se non specificassimo che luogo è. E se mischiassi le foto del Pianeta e del Vulcano? Raccogliendo immagini omogenee del Pianeta e del Vulcano (dati reali), presenterei un mondo che di fatto non esiste, i cui elementi-immagini sono lontane anni luce, un luogo irrealizzabile senza immaginazione.

Dove finisce la verità in queste foto?

Forse – continuando sul filone metà vero e metà falso – troverò ancora una volta una via potenzialmente immaginifica, dove, unendo scienza, dati reali e fiction, manipolazione e immaginazione, le possibilità di lettura si moltiplicheranno aprendo altre strade alla conoscenza del Vulcano.

Dov’è dove?

 

 

Foto Etna: non è stato possibile risalire all’autore.

Foto Marte: Curiosity/NASA; altresì non è stato possibile risalire agli autori delle foto.

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#3 Vulcano/classificazione

I vulcani si dividono in esplosivi ed effusivi.

I primi si trovano, per lo più, a ridosso delle faglie di subduzione, ad esempio lungo la Cintura di fuoco del Pacifico che percorre tutte le coste dei continenti su tutto l’Oceano. Queste faglie hanno generato i terremoti più devastanti e le eruzioni più catastrofiche della Storia. I vulcani esplosivi hanno un magma di tipo acido, ricco di silice che trattiene i gas, generando così una pressione tale da farli esplodere: gas, ceneri e pomice e altre diavolerie vengono proiettati nell’atmosfera, le nubi collassano sotto il loro stesso peso, generando flussi piroclastici che seppelliscono ogni cosa e chiunque, sono veloci e molto calde (è un eufenismo, questo). Questi vulcani, quando eruttano, generano una serie di effetti collaterali che si diffondono anche a moltissimi kilometri di distanza dal vulcano: frane, alluvioni. Ho letto che esiste un paesino nella Terra Del Fuoco sommerso da una frana di cenere e fango. Distava 80 km dal vulcano. I secondi (vulcani a scudo) si trovano sopra dei punti caldi, come ad esempio quelli di Hawaii e Riunione (punto caldo); o a ridosso di faglie divergenti, come L’Erta Ale nella regione di Dancalia. Un caso che unisce questi due sopra citati è l’Islanda che si trova sopra un punto caldo ed è una delle parti emerse della Dorsale Medio Atlantica, la catena montuosa (vulcanica) più lunga del mondo. In Islanda c’è un punto dove puoi vedere questo tipo di frattura emersa: se sei in un lato sei sopra la Placca Euroasiatica, se sei nell’altro lato sei sopra la Placca Nordamericana. Alla faccia della geografia politica. Che beltà. Gli effusivi hanno una lava di tipo basico, meno viscosa della precedente, fluida e scorre a fiumi. L’Etna è uno stratovulcano con eruzioni esplosive ed effusive. Una gentile via di mezzo.

Le sue manifestazioni principali si definiscono ‘parossismi’: ‘c. P. vulcanico, il complesso dei fenomeni esplosivi coi quali un vulcano entra in attività: costituisce la fase più pericolosa, quella che accompagna i terremoti di natura vulcanica con il lancio di materiali di varia grandezza, cui segue la fase di eruzione vera e propria.’* Alle prime voci del dizionario, in merito a parossismo, leggo: ‘l’acme di un processo morboso. Esasperazione di un sentimento, di uno stato d’animo, condizione di forte eccitazione’* e lo trovo molto poetico. E’ curioso, come la scienza, usi dei termini o li accosti in modo ‘poetico’, evocativo, o meglio, per me non è curioso ma lo è alla luce di come noi trattiamo la scienza e la poesia, attribuendo ad una, un alone di freddezza, a tratti anti estetica e per niente patemica, all’altra, invece, attribuiamo qualcosa che a tratti sfocia nel patetico se non nel ridicolo (quando la nostra attribuzione diventa esasperata). Facciamo corrispondere la capacità simbolica dei Sapiens ad un alto grado di intelligenza della specie, tuttavia contribuiamo a pensare, in nome dell’efficienza e della tecnocrazia, che la poesia sia qualcosa di inutile, dimenticandoci che senza le capacità immaginifiche (tipicamente affibbiate ai poeti) e il potenziale dell’immaginario, non avremmo potuto evolverci al punto in cui siamo, nemmeno gli scienziati. Gli scienziati ‘immaginano’, senza immaginazione non avremo predizioni, teorie, grattacieli, aerei, niente, forse non avremmo nemmeno attraversato e superato il Riff africano dal quale veniamo, incapaci di seguire le tracce degli animali e di capire che potevamo spostarci laddove c’erano materie prime (ad esempio l’ossidiana, tipicamente vulcanica).

Anche l’etimologia della parola ‘vulcano’ è interessante: vulcanus, da volk – agnia = mago del fuoco**; vulcanus, volcanus, arcaico volkanus***.

Come posso usare del materiale preesistente? Cosa mi attira di questo processo di riappropriazione?

Quello che mi accade, quando uso la found photography, è scoprire cosa vedo io da quel materiale, cosa vedo io implica anche cosa vedo io a posteriori di una mia manipolazione atta ad ottenere ‘ciò che vorrei vedere’. Tutto finisce inevitabilmente nel mio diario, anche le immagini dei parossismi. Che sembrino disegni o fotografie manipolate non ha importanza, quello che importa è ottenere la visione del mondo come vorrei che fosse.

Il quaderno, per gli artisti che lo usano, è uno strumento di lavoro importantissimo: da raccoglitore di informazioni spesso diventa a sua volta un’importante fonte creativa. I quaderni svelano ciò che si trova tra l’idea e l’opera finale: è come entrare nella mente dell’artista. Non c’è un quaderno uguale ad un altro né artisti che compilano quaderni uguali a quelli di altri. Ci sono quaderni dedicati a specifici lavori, o quaderni generici dove di volta in volta finiscono i progetti di turno. Può finirci di tutto: foto trovate in fase di ricerca, citazioni di testi, mappe, provini, foto fatte col cellulare a scopo preparatorio o per annoverare location o situazioni, schemi di lavoro, elenchi di fonti, testi dove l’artista parla a sé stesso sull’andamento dell’opera che sta realizzando, o sulla sua vita di artista, su cosa correggere del tal progetto, cosa potenziare. E ci sono i disegni: che siano veri e propri storyboard o bozzetti per fissare cose viste o il setting di uno specifico scatto fa lo stesso. La tecnica non ha importanza, né quanto e se si sia capaci a disegnare, l’artista attua tutte le strategie che gli sono utili ad improntare le proprie ricerche e a svolgere il lavoro. A volte mi è capitato di usare i disegni, consapevole di non saper disegnare, ma per fissare la scenografia delle foto, poi, abbandonando definitivamente il mio senso di inadeguatezza verso il disegno, i bozzetti sono diventati parte dell’opera, a volte ho usato i colori per poi rifare foto con le stesse posizioni e palette dei bozzetti. Altre volte mi accontento di segnare a penna i tratti di cose che vedo nei documentari, come in questo caso. Mi piace andare oltre il semplice uso della fotografia e parto dal presupposto che nel mio diario non devo rendere conto a nessuno…diciamo più del solito, ecco. In questo modo il diario mi suggerisce anche l’andamento visivo e i media da utilizzare nei miei lavori. Quando lavoro a progetti a cavallo di diverse discipline, specie a ridosso della docu-fiction non mi dispiace pensare all’uso del taccuino che facevano i disegnatori o gli stessi studiosi a scopo scientifico. Quando non c’era la fotografia si disegnava, del resto, e si de-scriveva a parole quello che si esperiva. Qui però finiamo nell’ambito dell’annosa questione tra fotografia e reale, e di quella della scrittura di tipo documentaristico, dei report scientifici, delle lettere…testi visivi anch’essi, ma off topic, per oggi. Il processo creativo, può essere riassunto in diverse fasi, tuttavia è comunque più facile classificare i vulcani, così mutevoli, che imbrigliare il processo creativo e le varie tipologie che ogni artista ‘veste’ di esso, non si può essere scientifici con la creatività, si può avere un metodo, ricondurre le fasi di un progetto ad un elenco, ma le maglie sono larghe. Anche scordandoci, una volta per tutte, che l’artista sia un vate che viva di genio e ubriachezza. L’artista, parafrasando Nick Cave, ha disciplina, ogni giorno timbra un cartellino con sé stesso perché il fuoco sacro sia alimentato a suon di lavorìo pertinente alla propria disciplina e al linguaggio usato.

 

* Treccani ‘parossismo’.

** “Antologia; giornale di scienze, lettere e arti”.

*** Wikipedia/ Vulcano.

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#4  Vulcano/ Dove Island

Un’Isola remota, in mezzo all’Oceano. Generata da faglie di subduzione, incoronata da Stratovulcani, la più alta densità di Stratovulcani sul Pianeta.

Gli Stratovulcani sono per lo più esplosivi, ce ne sono alcuni, però, che sono sia esplosivi che effusivi, con eruzioni caratterizzate dall’espulsione di fiumi di lava, poco viscosa, basica. Spesso questi fiumi incandescenti che arrivano al mare fanno avanzare notevolmente la superficie della Terra, che vince sul Mare. Altre eruzioni, invece, sono caratterizzate da una forte pressione, dovuta anche ai gas intrappolati nel magma acido e viscoso, quindi da violente esplosioni. Queste eruzioni sono in grado di aprire, far franare, far esplodere o sprofondare le montagne da cui provengono. Dicono che è quello che è successo all’Isola di Santorini, al Krakatoa, a Toba, che ha lasciato una caldera con un lago e che forse ha decimato la razza umana tra i 70 e gli 80 mila anni fa. Alcune di queste eruzioni, sono in grado di alterare il clima, come nell’anno senza estate ‘Eighteen hundred and froze to death‘, quando gravi anomalie del clima estivo distrussero i raccolti in Occidente. L’atmosfera, di già affaticata da precedenti eruzioni, non riusciva a lasciar passare i raggi di Sole. Una schermatura che avviene quando milioni di metri cubi di ceneri e gas vengono emessi nell’atmosfera, specialmente lungo le fasce sub-tropicali: da lì, sembra sia più facile per le correnti coprire gran parte del Pianeta, diffondendosi meglio che se provenissero da altri punti del Globo. Le ‘incessanti nevicate’ del luglio 1816 durante un’ ‘estate umida e non congeniale’ costrinsero Mary Shelley, John Polidori e i loro amici a restare al chiuso durante le loro vacanze svizzere. Essi decisero di gareggiare a chi avrebbe scritto la storia più spaventosa, e così Mary Shelley scrisse Frankenstein e Polidori Il vampiro. Gli alti livelli di cenere nell’atmosfera resero spettacolari i tramonti di quell’anno, tramonti celebrati nei dipinti di Turner. Secondo un’ipotesi formulata da J.D.Post della Northeastern University, il freddo fu responsabile, in qualche modo, della prima pandemia colerica del mondo.*

Il paesaggio dell’Isola è caratterizzato da una fitta e variegata vegetazione; in prossimità delle Vette, invece, il paesaggio è desolato e spesso innevato, sovente coperto di nubi, quando non sono colonne di fumo delle eruzioni e parossismi vari.

Tuttavia la vita procede tranquilla nell’Isola di Dove, così fuori dalle rotte che ogni ipotesi e tentativo di colonialismo all’Europea sono andati dissolti. Attirati, di certo, dalle possibilità agricole che i terreni vulcanici offrono, una volta che il ciclo, interrotto dal fuoco e dalla cenere, ricomincia, sono stati in molti a tentare di approdarvi e stabilirvisi. Ma l’Isola, come ogni luogo di Utopia li ha messi alla prova: un presunto periodo di quarantena per depurarsi ed essere pronti a scendere sulla Terraferma non è bastato. I piedi mortali e Occidentali non hanno retto il confronto con la purezza dell’Utopia lavica e non si sa che fine abbiano fatto. Eppure, partirono da numerose nazioni. Chi desideroso di instaurare il sistema bancario, chi l’agricoltura intensiva, chi di fare schiavi, chi di commerciare le ricchezze dell’Isola. Ma all’Isola di farsi colonizzare non gliene importava. ‘C’è n’è già uno di Occidente, ha già abbastanza terre, anche dove Occidente non è’, è una frase che dicono in molti da non si sa più quando, eppure non si capisce chi l’abbia detta o udita, né come le immagini siano pervenute a noi, visto che dall’Isola non è mai tornato nessuno.

Fu così che l’Occidente acquisì un’altra Utopia, l’Utopia dell’Isola di Dove.

Nemmeno un nome sono riusciti a dargli, tanto è il terrore e la riverenza verso qualcuno (o qualcosa?) a cui non interessa di avere importata la democrazia, instaurata la civiltà e che semplicemente ha detto di no. Il no, semplice e pacifico, spesso può spiazzare. Fucili o baionette, archi e frecce, non possono nulla contro una Terra di Utopia che decide da sola. Non sapremo mai quanti abitanti avesse Dove, se ne avesse, o se Dove fosse solo Madre Natura.

Forse Madre Natura, forse Dove, ormai, esiste dove non è arrivato l’Occidente.

 

L’Isola di Dove o anche della personale Utopia

Ho trovato una Terra composta da Stratovulcani, un’Isola fuori dalle rotte, un paesaggio ideale e sempre unico, perché anzitutto immaginato. Si possono creare territori nuovi partendo dalle similitudini tra un logo ed un altro? La visione è sempre parziale, allo stesso modo in cui non si può catturare un paesaggio-luogo per intero, allo stesso modo, inoltre, in cui si fotografa sempre e solo una porzione, un punto di vista. Le uniche vedute complete sono rappresentazioni e non immagini verosimiglianti come le fotografie: le cartine, le mappe possono racchiudere un paesaggio-luogo per intero. Oggi ci sono le immagini dei satelliti: ma più mi alzo dalla superficie, per poter meglio comprendere, in una visione, il luogo che mi interessa e più perdo i dettagli, sfiorando l’astrattismo quand’anche il minimalismo. Nemmeno le immagini della Terra dallo Spazio ce la danno nella sua interezza. C’è sempre una parte della Sfera che è dietro, in ombra. Quindi, le uniche rappresentazioni del tutto, sono solo quelle che ci danno un’IDEA di qualcosa pur rimanendo parziali? Le mappe sono una rappresentazione della realtà, ma non sono esaustive, racchiudono piuttosto delle possibilità. Più mi avvicino ai soggetti più sono scollegati dal tutto, Ghirri lo sapeva bene. Di quest’Isola, in mezzo al Mare, fatta di Stratovulcani, ne osserviamo delle vedute, trovate sul web.

Si tornerà più avanti ad approfondire le Isole e le Utopie.

L’Isola è una rappresentazione di una Terra possibile che trova la sua ragion d’essere nell’esercizio dell’immaginazione: come immaginare il Kilimangiaro e il Merapi, Il Nevado De Ruiz, il Tambora, il Popocatépetel, L’Etna nella stessa Isola. Come riconoscerli, quali le somiglianze, tra loro, che permettono di immaginarli nella stessa Isola, dov’è L’Isola di Dove?

Dov’è dove?

*Wikipedia/l’anno senza estate.

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#5 Vulcano /  perdita di dettaglio

Ibridare la fotografia con altri mezzi offre riflessioni sempre interessanti ed anche eterogenee tra loro. Questo perché dipende sempre dai mezzi chiamati in causa e dove si arriva, qual è il processo che sta dietro e lo scopo narrativo, se c’è. In questo capitolo mi sono concentrata sul processo attivo e meccanico che mi ha portato ad ottenere le immagini finali del vulcano.

Una premessa.

Uno dei sentito dire più famosi riguardo la fotografia avviene quando troviamo davanti a noi una foto che racchiude una bella veduta, un panorama un paesaggio, per lo più (ma accade anche con altri soggetti), e diciamo: ‘che bella foto, sembra un quadro!’. Cosa vuol dire quel ‘sembra un quadro’?

  1. Che dire ‘che bella foto’ equivarrebbe dire che bel ‘soggetto’, essendo la foto la ‘diretta’ rappresentazione dello stesso, quindi magari il fotografo ci rimane male.
  2. Che solo un quadro, ovvero un’immagine frutto di tecniche di disegno e pittura, può dare una bella immagine.
  3. Che i suddetti ‘quadri’ sono gli unici a catturare la bellezza del mondo poiché sono tanto più belli quanto realisti o impressionisti (a seconda dei gusti).
  4. Che la fotografia è un mezzo meccanico e quindi la volontà del fotografo e il suo gusto sono totalmente sottomessi alla porzione di mondo racchiusa e all’inconscio tecnologico, per cui se la foto è bella è bello il mondo ivi raffigurato ma per essere bello artisticamente deve essere paragonato ad un quadro, perché è bello ciò che è dipinto, o perché non concepiamo che la fotografia possa essere un’arte (del resto, è così alla portata di tutti ed è così somigliante alla realtà che non può essere bella o un’arte, a meno che non venga camuffata con artifici estetici, forse gli stessi che ci fanno dire che sembra un quadro) e si riapre il dibattito sulle arti.
  5. Che il nostro senso estetico ed artistico è arretrato e si torna al punto ‘è bello solo ciò che è dipinto’.
  6. Che la pittura, essendo stata primeggiante tra le arti per secoli, fa sì che dire ad una foto ‘sei bella come un quadro’ vuol dire farle un complimento.
  7. Che la fotografia è realizzata attraverso dei canoni che prima erano tipicamente pittorici e allora fonda su di essi la sua ragion d’essere ed il suo valore, almeno quello estetico.

Diatriba tra le arti, arretratezza, archetipi collettivi e visivi, pittorialismo, modi di dire, chi più ne ha più ne metta.

Il processo.

Che succede quando coloriamo a mano le fotografie?

Ho scelto delle vedute dell’Etna, le ho stampate in bianco e nero (sempre con la mia stampante, quella del primo episodio, certa che il suo essere low fii avrebbe funzionato al mio scopo), le ho colorate con i pastelli, le ho scansionate, ho editato la scansione, l’ho stampata e l’ho ri-scansionata. Nonostante l’alta risoluzione delle scansioni, la stampa è piuttosto low fii (vedere righe tipiche di stampa), e, unitamente all’editing, mi danno immagini rarefatte quanto riconoscibili, cioè leggibili. Tuttavia la fotografia si perde e rimane solo la percezione di un disegno.

Scrive Franco Vaccari: ‘in uno spazio opaco, pieno di singolarità distribuite casualmente, non serve a molto avere uno sguardo lungo. Ci si muove a tasto disegnando mappe metamorfiche della geologia fluttuante. In uno spazio senza memoria i fenomeni diventano virtuali. Continuare a guardare a questi fenomeni come se si stagliassero su uno sfondo fisso produce dei ‘significati fantasma’ che come gli altri fantasma di chi ha subito una amputazione, sono pure allucinazioni dovute all’inerzia percettiva.(..) con ottimismo continuiamo a costruire le mappe dei nostri miraggi come cartografi impazziti.’*

F. Vaccari, Fotografia e inconscio tecnologico, Piccola Biblioteca Einaudi, 2011, Torino.

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#6 Vulcano /  immaginario

Per la prima volta da quando ho iniziato questa residenza senza la residenza sono perplessa. C’è qualcosa che mi lascia stranita e straniata, forse perché il blog su cui sto lavorando adesso richiede più energia di quanto avessi preventivato, ma non è solo questo. Me lo dice il corpo.

Sto ricollegando tutte le altre volte che ho lavorato con modalità simili a quella di questo episodio e sento di avere molti puntini da unire. Ho realizzato che attraverso la finzione ho incontrato i vulcani altre volte. Anche quando la mia intenzione non era esplicita verso di loro. Sono dentro a un’ ‘Odissea vulcanica’ e non solo per questo progetto, ma perché nella mia carriera ho intrapreso quelle che oggi leggo come possibili tappe che mi hanno portato fino a qui. C’è il tema della catastrofe in ‘Parentesi del sogno’ (Requiem, 2012), dove ho sommerso di materiale nero alcuni scorci dell’Umbria; c’è ‘The dreamers’ (2014 -), dove ho evocato l’impossibilità di un amore con vestiti sepolti o adagiati su breccia nera-vestiti senza corpi- il contrario del risultato dei flussi piroclastici; c’è ‘Luogo #1’ (Iperuranio, 2014-2015)*, dove tra gli scenari alienanti che ho creato in studio, c’è quello che sembra il dorso di una colata lavica. Ricordo che ero a studio, dietro la macchina fotografica montata su cavalletto, quando entrarono i miei genitori e io tenevo due sigarette in bocca per simulare il fumo. Dopo questo episodio mi sono specializzata anche nella nebbia e nel fumo digitali.

‘Parentesi del sogno’ (dalla serie requiem, 2021), ‘The dreamers #6’ (dalla serie ‘The dreamers’ 2014-), ‘Luogo #1’ (dalla serie ‘Iperuranio’, 2014-2015).

Ecco, sento che sto ri-toccando molte corde, ri-toccando come foto ritocco, ri-toccando come toccando con occhi nuovi il mio percorso. E non è solo per il lavorìo con luce, prospettive, materie prime e sfondi – dove mi chiedo se ho davvero raggiunto le immagini che ho in testa. C’è un passato che ritorna e che adesso trova un’ulteriore completezza. Forse, tra i fili conduttori della mia ricerca, dopo il sogno, l’immaginario, la narratività, posso annoverare i vulcani. E se già questo è un progetto che vuole essere trasversale quanto più sono traversali e fecondi i vulcani, facendomi compiere dei moti a luogo figurati, immagina cosa vuol dire avere i vulcani veri e propri come materia di studio e progettazione, come nel caso di questo episodio. Vulcani come materia che raggiunge un punto di fusione e pressione per fuoriuscire. In effetti, sento come un tappo, ho tutte queste parole da far uscire, da mettere in fila, da organizzare in una nuova presa di coscienza del mio percorso artistico. Quante volte mi hanno detto che sono un vulcano (e io ridevo perché per me era normale essere come fossi e mi sembrava un complimento quasi da troppo) – quante volte mi sono sentita come un vulcano, in questi mesi così creativi, forse uno dei periodi più fertili della mia carriera, in cui, almeno in questa occasione, mi sentivo davvero come un vulcano. Solo che stavolta sento di avere questo tappo che mi lascia interdetta, con tutto questo marasma, che sento di dover fare pausa, ma anche fare, continuare, assecondando entrambe queste forze – contrapposte il giusto, forse sarà questa la via per uscire dalla dualità. E’ come quando hai una tentazione ma hai paura di scottarti.

Mi sto davvero rendendo conto di quello che sto facendo? Dedico al lavoro creativo la giusta attenzione o sono troppo presa dal resto del lavoro – telefonate, programmi, lezioni – che davvero faccio le cose come se timbrassi il cartellino (qui inteso come fare le cose in modo meccanico. Non mi rimangio la teoria che vede l’artista come un operaio che ogni giorno fa un pezzo nuovo, ‘una linea al giorno’, ha detto qualcuno). Sono abbastanza buone le foto che ho fatto? Ho lavorato con mezzi troppo arrangiati? – Detesto quando mi faccio questa domanda – un artista deve saper fare anche e soprattutto senza mezzi. Dove li metto 10 anni di carriera a mezzi zero, altrimenti?

Se volessi dare un valore, un messaggio al mio lavoro, alla mia carriera, forse, sarebbe proprio questo, contano le idee e tutto quello che metti in pratica per realizzarle, negli agi la creatività è spesso viziata. E mi sembra che fare un lavoro sui vulcani da remoto possa esserne una buona dimostrazione.

Il processo

Ho fatto alcuni screen shot di un documentario dove vengono mostrati particolari di città sommersi dalla lava: statue, chiese, cornicioni. Ho scelto quali soggetti ritrarre, ho reperito questi soggetti in scala, trovato il materiale e allestito un diorama che ho poi proceduto a fotografare. Torna la catastrofe, tornano le cose sommerse, irreali, il senso di silenzio, di assoluto e di mistero. Qual è il limite tra la veduta di una cosa e la sua rappresentazione? Se il cinema può ricreare la vita, con tutto un il carico emotivo, ed anche di più, perché non anche la fotografia? Perché la fotografia, che è ferma, deve dire la verità fattuale, per giunta in uno spazio ontologicamente diverso e anche minore rispetto al cinema? Non sto forse raccontando le storie del Piton De La Fournace, dei vulcani islandesi e caraibici, dalle quali testimonianze delle eruzioni quegli screen shot provengono?