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14 dicembre 2021, Bastia Umbra

‘Il libro delle correnti’, una serie di opere e appunti che hanno il Mediterraneo come sfondo. Raccogliendo questo materiale sul mare, mi rendo conto che, forse, come i vulcani e i loro paesaggi hanno fatto da sfondo al mio immaginario nelle opere passate, il mio lavoro è anche sul mare. E’ già comparso nelle mie foto ed ora tutto quello che sto facendo lo riguarda, lo attraversa.

1 ottobre 2022, Messina

Mare color vino. Scilla e Cariddi. La geografia è una questione sentimentale. Caravaggio. Teatro greco. Mucche su cavalcavia. L’incontro dei due mari mi ha steso. Correnti. Calabria. Ionio. Isola-Continente. Bisanzio. Normanni. Luna crescente. Mare color vino, come Omero. I greci non conoscevano il blu.

3 ottobre 2022, Catania

Dopo che sono stata a Messina mi è presa l’idea per un nuovo progetto. E’ vaga, ho un contesto e un titolo: ‘i greci non conoscevano il blu’. Il contesto me lo ha dato lo Stretto e oggi ho trovato un libro che parla proprio di questo luogo di confine e della letteratura che ne è scaturita.

24 ottobre 2022, Bastia Umbra

‘Era un giorno di Fata Morgana. Narrativa dello stretto. Mare color vino.’ (Lo stretto di carta, D. Tomasello.)

11 settembre 2023, Catania

Palermo è stata una compressione di cacofonia e stanchezza. Catania sa di casa. E’ curioso come ci leghiamo ai luoghi a seguito di esperienze come quelle che ho fatto io. Palermo non è stata lo stesso. Forse è vero che, seppure con amore, il cuore non può stare da per tutto. A Palermo ho capito che il mio progetto sul mare è iniziato. Ora fotograferò il mare a Catania.

12 settembre 2023, Catania

Il mare è un sentimento. Anche quando gli sei davanti, è come se non ti riguarda – è sempre altro da te. Un distacco e un attaccamento costante. Una mattinata al mare, solo per stare. Lo Ionio. Ho toccato lo Ionio. E’ fresco, i pesciolini fin sullo scivolo delle barche a S. Giovanni Li Cuti. Il sale e il fresco appena vai all’ombra, e ti senti sollevato e rinfrancato. I colori del mare cambiano a seconda della luce, delle correnti e del perpetuo moto del mare. Dove il sole si alza il mare rimane scuro, e si schiarisce dove il sole gli passa sopra. Foschia all’orizzonte, sempre più bianco. Colline e costa pastello, sempre più chiari. Dove c’è la linea di orizzonte, dove il sole non batte più, è più netto, lo stacco tra cielo e mare. La spiaggia nera, come se l’avessi sempre guardata. Il colore del mare a S. Giovanni Li Cuti, verde, blu cobalto, bello-meraviglioso. La roccia nera.  Comunque io mi sento felice qui, non so se è la Sicilia o questo fare da sola. Sono qui a scrivere davanti al mare, da sola e sto bene. Io voglio vivere così. Il viaggio, la scoperta e il tempo della contemplazione. Che privilegio, mi ha dato la vita, che abbondanza. Il bisogno di vivere in questa dimensione, il mare, sto cercando questo, in fondo. Di guardare, stare dentro quello che vedo. Rendere l’esperienza qui e ora. Forse, quello che sto insegnando nella vita è il mare. Il sentimento del mare, la vita del mare, la vita che associo al mare, che è contemplazione e placido distacco, che è il sentimento del mare. I tarocchi di questa settimana mi hanno parlato de il Carro e l’Eremita. Ci hanno preso. Sicura, verso l’ignoto, la padronanza di accogliere la vita, fiducia. Sono io, adesso, ascolto e accolgo le paure e mi fido della vita. La vedo adesso, davanti a me: l’infinito del mare, lo Ionio, aperto, davanti a me.

13 settembre 2023, Catania

Il colore del Mar Ionio con la pietra nera dell’Etna è una vertigine che somiglia al cielo. Stelle di luce nuotano tra i flutti, congianti ad ogni secondo che passa. Ho riprovato la stessa sensazione di quando ero in Donegal, affacciata alla vastità dell’Oceano, o di quando sui Monti Sartorius mi sono seduta a terra, sui lapilli, mentre salivo su un cratere e ho detto alla Montagna: ‘hai vinto tu, mia dea’.

26 dicembre 2023, Assisi

In questi giorni sto guardano un documentario molto bello. C’è la puntata di backstage dove costruiscono i modellini per dare più forza alla narrazione. Mi ci sono trovata con tutte le scarpe. Sto usando gli screenshot per fare disegni, di altri proverò a fare acquerelli o a colorarli a mano. Sto pensando di inserire ‘Quadri della Natura’ in questo lavoro. Penso che i primi disegni, dopo quelli per ILDS, li ho fatti col mare, per Northern sea. Guardare e re-inquadrare gli screenshot da video è come fare un lavoro di regia. E’ anche un modo per scattare fotografie partendo da un’immagine data e coi limiti del 16:9 e del layout dello schermo, con scritte e altro in sovra impressione. Isolare il soggetto. E’ un notevole modo di contemplazione e studio del soggetto. Sono soddisfatta.

Scrivevo su Progetto Vicinanze (2022):

Quadri della natura, 2021-

Riflessioni sulle tavole di Alexander Von Humboldt, still da video, disegni, montaggio digitale. 

Alexander Von Humboltd è stato, probabilmente, il primo a concepire la Terra come un sistema ecologico. Ha contribuito per primo a quella teoria del tutto a cui ambisce la scienza, ma della quale parlavano i Veda già migliaia di anni fa, migliaia. Il passo successivo alle mie meditazioni artistiche è stato non di unire fotografia e disegno, o fare manipolazione digitale, esaltando, così, la creazione di nuove linee evolutive e di pensiero, dovute alle imprecisioni del disegno, ma di giustapporre, far coesistere nello stesso spazio bidimensionale fotografia e disegno. Il concetto che muove il disegno è quello degli esploratori che riportavano le fattezze delle specie osservate e scoperte, il concetto che muove la fotografia è ecologico: la #foundphotography permette di ri-usare fotografie, nonché permette di contrarre spazi e tempi di produzione evitando, anche, di produrre immagini simili ad altre. 

‘Quando il soggetto delle mie ricerche sono luoghi di cui subisco il fascino, durante la fase preparatoria, mi accade che desidero di vedere quei luoghi e possederli, renderli miei attraverso le mie foto. Non farei, forse, delle foto uguali ad altre? Non è questa una specie di febbre del fotografo anche un po’ compulsiva? E’ sacrosanto provare un grande desiderio di fotografare dei soggetti. Ma da artista i miei ragionamenti mi portano altrove, anche se ho un desiderio, rispetto alla mera fotografia del soggetto di turno. Perché mi domando se quella foto mi basta o mi basterebbe, se possa risolversi tutto così e in questo modo. (…) a volte viene fuori l’archetipo, l’icona, qualcosa di fortemente condiviso in diversi modi, luoghi e tempi. (…) Siamo in troppi per pretendere di fare uno scatto originale di soggetti iconici. Pertanto diventa importante scegliere se fotografarlo, perché e come.’ 

9 febbraio 2024, Assisi

In questi giorni c’è una faglia che si muove dentro di me. Ha iniziato a placarsi nel momento in cui ho ripreso gli appunti, i prototipi e le opere abbozzate in questi anni, dedicate all’osservazione della natura. Ha iniziato a placarsi quando ho ammesso di girare intorno alle tematiche geografiche da anni, ormai. il lavoro sull’Etna ha solo aperto il vaso di pandora, che aveva già iniziato a tremare con i lavori sull’Irlanda del Nord. Una geografia immaginale emerge, data da riflessioni sulla verticalizzazione dello sguardo, dovuta all’uso dei droni, agli imprevisti tecnologici che si succedono, nel momento in cui si sente l’esigenza di apportare fisicità alle immagini che si vogliono dare a vedere con la sovrapposizione di fotografia, disegno, e colorazione manuale delle foto. Il passare del tempo fisicamente sulle immagini e poi lavorarle, anche, in digitale, per poi stamparle e tornare al mondo fisico, mi permette sì, di contemplare i miei soggetti e di vivere il processo ma anche di creare restituzioni del mondo che da così come è stato ripreso e scovato negli archivi, diventa come lo vedo. Se da un anno ho capito che il mio lavoro nasce dalla perdita del controllo sul processo e dall’esperienza, è anche vero che il bisogno di lavorare coi materiali aggiunge una sfida tecnica. Ora un progetto non è tanto la sua sceneggiatura quanto anche la sua resa, un costante ‘sarò in grado di migliorare la resa tecnica?’. Ciò che non ho affrontato con la fotografia lo sto affrontando con l’ibridazione che, quando un esperimento di osservazione e manipolazione riesce, mi fa dire: voglio continuare a guardare immagini così, ne voglio di più. un portare costantemente a galla la mia versione del mondo, quelle geografie immaginali che partono da un dato certo e diventano emozioni, intuizioni anche collettive, un modo di guardare il mondo.

Le foto qui sotto sono di Anasuya Pless.

12 febbraio 2024, Assisi

Abbandonare il controllo ossessivo sulle idee,
processo e osservazione che diventano tutt’uno,
l’opera è il processo,
lasciare che i temi emergano,
osservazione della natura,
fotografia indiretta,
arte e scienza,
lavorare sulla soglia, sul non visto,
nuova frontiera dell’osservazione fotografica.
Nata come mappatura e documentazione ma, come dice Alessandro Vanoli, tutto è stato mappato, pertanto, dico io, l’invisibile, la soglia, diventa la strada per mappare nuove cosmogonie di senso e contemplazione. del resto, la cartografia, come dice Matteo Meschiari presuppone un’idea narrativa.

10 aprile 2024, Assisi

IL MARE COLOR VINO
Di quello che mi ha portato fino a qui e chissà dove.
Come racconto nel video lo Stretto di Messina ha contribuito fortemente a questa nuova ricerca. E’ stato l’innesco per questa nuova opera sul mare.
Perché seduta sulla spiaggia di Capo Peloro in una giornata di tremendo scirocco ho capito che stavo guardando il mare color vino di omerica memoria. ho ri-scoperto questa cosa del mare color vino grazie al libro di @riccardo.falcinelli, anni fa, e lì sullo stretto è tornata a galla, facendo affiorare il titolo del lavoro e portandomi verso nuove rotte.
Stavo finendo l’opera sull’Etna, dove ho scoperto la Tetide, della quale avrei incontrato il fondale a due passi da casa, in Umbria. ognuna di queste tappe (Divampante fulgore, Pelagenio, Le balene ubbidiscono a Dio le trovate sul mio sito) mi ha portato a quello che sono oggi e che quest’opera, insieme a me è e sarà.

DAI PASTELLI AGLI ACQUERELLI.
La colorazione con i pastelli l’ho sperimentata grazie a Il libro degli eventi e l’ho portato poi avanti nelle opere ‘Santuario pelagos’ e ‘Le balene ubbidiscono a Dio’. lo scopo che ho portato avanti con questa tecnica è di andare a togliere dettaglio alle foto finali, ottenendo immagini troppo rarefatte per essere fotografie e troppo nitide per essere disegni. questo me lo ha garantito il processo di stampa – scansione e postproduzione delle foto colorate coi pastelli. Un connubio uomo-macchina ma non generico. specifico perché ogni stampante, specie quelle da ufficio dà dei segni di stampa e ‘rumori’ unici.
In questo nuovo progetto, invece, ho avuto un’idea opposta: lavorare con gli acquerelli andando ad aggiungere dettaglio alle foto, accentuando, ogni volta, le peculiarità delle foto.
Ho scoperto, però, che ogni pennellata dà mentre cancella e che in questo modo le immagini che ottengo diventano materiche, assumendo una tridimensionalità che mi fa entrare dentro le immagini, come a volerle toccare.
Il bisogno di vivere in questa dimensione di contemplazione. sto cercando questo, in fondo, di guardare, stare dentro quello che vedo.

1 agosto 2024

Inizio a disegnare. Voglio una coda di balena da ricalcare. Alla fine viene fuori un proto collage: incollo direttamente un pezzo di foto. Questo perché quando vado a disegnare le code diventano altro. Sembrano coppe, una specie di Santo Graal. Sto già facendo disegni composti da pezzi sovrapposti. Oggi ho fatto il primo collage. Durante le ricerche per le foto delle balene mi sono imbattuta nella scoperta, in California, di una balena senza coda. Anni fa ce n’era una nel Santuario dei Cetacei, aveva mezza coda. Poi ho trovato la ‘balena pietrificata’. Ora provo ad usare anche gli acquerelli e ci attacco le foto che ho del mare. L’arte deve essere una cosa semplice. Mi sono stufata della tecnologia performativa e dei giochini scientifici. Forse andando dentro le immagini, queste si scompongono e allora si ha bisogno di crearne altre. Un’immagine è omogenea e armonica ma andarci dentro è far uscire l’entropia. E l’entropia ci dice che la vita è una freccia, che siamo connessi alla FRECCIA DEL TEMPO. Stamattina mentre facevo uscire l’entropia dalle immagini pensavo: ‘tanto non frega nulla a nessuno e io faccio quello che mi pare’. Ecco, ho l’impressione che dietro queste mie ricerche, almeno in parte, ci sia un piccolo ribelle che ha il desiderio iconoclasta di distruggere ciò che è data a vedere, normato, come una bella fotografia, addirittura come ‘una valida ricerca’. Ciò che funziona di natura, ma per gli altri – pensando ai mille ostacoli di chi fa questo lavoro – io lo destrutturo. Anarchia! Non vorrei essere schiava di una zona di comfort che mi finanzia ma libera di scomporre e ricomporre il mondo come mi pare, con le mie immagini. Vorrei essere sostenuta per questo, non per diventare artigiana per procura. Distruggere e riformare per dispetto, mi spingo più in là, dissacrando e consacrando a nuovo, di continuo. Forse anche la mia attenzione all’opera come processo nasce così, con questi motivi. Contro la perfezione elitaria e anche contro l’elità delle fotografie post-Ghirri – che comunque è sempre dalla parte sbagliata della storia. Allora io voglio di più, totalmente asservita ai miei moti di libertà che mi permettono di fluire nella ricerca, permettendomi di sbagliare e di perfezionare, al contempo, i processi, dando forma a storie e pensieri. Forse, distruggere e ricostruire è dare senso, il mio, a questo mondo folle. ‘Mi piacerebbe arrivare a temere di non essere frainteso’, scrive e canta Cristiano Godano. Se ogni artista non è per tutti, allora cosa mi fa più paura, non essere capita o esserlo? Perché spesso i limiti che abbiamo, e gli ostacoli, ce li infliggiamo noi stessi. E forse, quel ribelle dentro di me è qui per questo, per risvegliare una nuova consapevolezza. Per farmi guardare ombre e paure, nell’abisso, e arrivare a portare veramente chi sono. Non chi vorrei o vorrebbero. Il ribelle, ops, la ribelle, è qui per nuotare nel mare. Un monìto, un’occasione di redimere la rabbia in azione creativa e lo si fa attraverso l’amore, verso la vita, verso il talento. Forse è così che si è-diventa artisti sinceri?

19 ottobre 2024, Ravenna

Allerta rossa. Si fa desiderare, questo mare. Scrivo dall’appartamento in cui alloggio. Sveglia presto con cielo grigio e nebbia. Il tempo di convincersi ad alzarsi, previo studio della nebbia e della sua visibilità, per tentare di raggiungere anche solo uno dei luoghi più vicini e inizia a diluviare. Ce ne accorgiamo dal rumore. Da ieri sera le persone del luogo hanno iniziato a ricevere i messaggi di allerta rossa. I nostri monitoraggi costanti non hanno dato esiti. L’allerta è arrivata in serata e noi eravamo già arrivate e già previsto la tabella di marcia, prenotato la stanza (per la seconda volta, dopo il forfait di giugno). Vivere in un perenne stato di allerta, faccio fatica ma mi rendo conto che dopo il periodo pandemico va tutto in questa direzione.

Ad ogni modo abbiamo rivisto il piano: oggi si lavora a casa – per fortuna ho il librone di Alessandro Vanoli, sulla storia del mare arrivato fresco fresco e diligentemente portato in valigia – domattina levataccia e si passano al setaccio i luoghi, per fortuna tutti in un raggio di mezz’ora di strada, poi, prima di buio si riparte, per evitare il Verghereto di notte. Lavoreremo in direzione NS andando così, poi, verso casa. Ma chi lo dice se davvero le cose andranno così?

Dato il carattere contemplativo di questo lavoro e l’ispirazione al lavoro degli esploratori penso che anche a loro accadeva e accade tutt’ora di doversi piegare a Madre Natura, agli imprevisti. Lo dicevo proprio ieri sera, parlando delle foto en plein air: non decidi tu ma ti sottometti, in un certo qual modo a quello che trovi, piegandolo al tuo linguaggio, facendo nascere una lingua che è una commistione tra il paesaggio, il ‘caso’ e la tua sensibilità. Devo dire che questa atmosfera da sturm und drang non mi disturba, né tantomeno mi dispiacerebbe realizzare delle foto con un cielo plumbeo. Per quello che riguarda la tecnica che sto usando, questa mi aiuta senz’altro, perché mi permette di scavalcare il problema della luce, dura o morbida, se mi piace oppure no. Passandoci sopra con gli acquerelli ho il potere di ammorbidire i colori, esaltare i contrasti, a mio piacimento.

L’imprevedibilità, dunque, fino alla fine. E ieri sera ne abbiamo avuto una splendida prova: incontriamo una persona con cui avevo appuntamento al locale davanti la nostra finestra, ‘Atomico 16’. Chiacchierando con la cameriera viene fuori che siamo qui per lavoro e che facciamo foto. Allora esce il proprietario che ci fa la proposta: bevete e mangiate a mie spese, potete fare qualche ripresa e qualche foto del locale? (Noi volevamo stare a digiuno, vista la pizza fritta con porchetta mangiata alle 14, per pranzo). Allora sguinzaglio Martina, facciamo un breve brief dopo aver parlato col proprietario e la serata è servita. Per fortuna avevamo preparato tutto prima di uscire per ‘stare fuori un’oretta’. Ovviamente i piani stilati prima di uscire si sono rivelati inutili, almeno per oggi. Ma tanto suppongo che la vita sapeva già tutto.

L’insegnamento che ne traggo è ‘fare attenzione a quando si esce dalla porta e a dove si direzionano i piedi’ – according to Bilbo Baggins – ma anche ‘uscire dal comfort del proprio studio, oltrepassando la soglia della pigrizia e del pensiero di non avere abbastanza, del ‘speriamo non succeda nulla’. La vita aiuta gli audaci, chi compie le azioni in linea con la propria natura. Questo, ho pensato.

E una cosa del genere a cavallo dello spirito di accoglienza e imprenditoriale entrambi tipici romagnoli è talmente rara che mi fa ricordare che di esempi così ‘smart’ nei locali o nelle redazioni che ho incontrato, quando lavoravo con la musica o nel territorio in cui vivo, assonnato, schivo, e accartocciato su sé stesso, non ne ho mai incontrati.

Ieri sera, ho avuto modo di esternare questa riflessione che ho in merito a questo progetto e, in generale alla ricerca. Questo lavorio con gli acquerelli pone una questione una volta per tutte, si pone sempre, laddove le opere nascono da media mischiati, ma questa volta l’acquerello pone la domanda: e se usassi come opera finale direttamente la foto acquarellata? Edizione 1 di 1. Avendo una formazione fotografica, sebbene ho lavorato con edizioni 1 di 1, mi rendo conto che questo modo non mi appartiene e che se anche i miei procedimenti fanno giri lunghi l’esigenza è tornare sempre alla fotografia e stampare le fotografie/immagini in fine art mi permette di tornare alla fotografia, restituire una o più fotografie. Poi certo, un lavoro può essere anche composto da immagini di diversa natura ma restituire la fotografia, tenerla come fine ultimo, a costo, poi di dissacrare, in qualche modo, il culto stesso della fotografia, è una cosa che mi piace. Ne scrivevo su Il libro degli eventi: la fotografia è talmente ibrida di per sé che approfittare di questi confini labili è una grande forma di libertà. Certo farcendolo con metodo e significato.

Forse sto cavalcando davvero il senso della ricerca: prove, sperimentazioni, idee, esplorazioni, attesa. Perché se l’opera è il processo allora lo scopo della ricerca è la ricerca. E il ricercatore sviluppa la capacità della pazienza, perché non è spinto dall’ego.

20 ottobre 2024, Assisi

Cieli senza ritorno.

Dalle 8.30 di questa mattina alle 13 abbiamo percorso la costa e le zone di nostro interesse, direzione NS. Pialassa della Baiona, porto Corsini, Punte Alberete (siamo dovute fuggire e restare poco, dunque, perché era pieno di cacciatori), Lido di classe, Cervia. Mi sogno le previsioni meteo nella notte, cerco notizie sul tragitto per tornare a casa. Campi allagati. Torniamo a casa per fortuna non troppo tardi e senza un meteo troppo avverso. Tornata in Umbria, nonostante la cinta di monti e colline, col cielo azzurro e il vento, respiro, dopo 48 ore di cappa alluvionale.

Riguardo le foto, riguardo le foto del mare che oggi mi ha fatto paura. Non era vertigine, come davanti lo Ionio aperto, a Taormina, o di meraviglia, come sullo Stretto ma paura. Il rumore del mare e del vento riverberava tra le case. Non lo vedevi, il mare, più ci avvicinavamo meno si vedeva. Arriviamo in spiaggia e lì era un teatro dell’assurdo: il panorama era chiuso, come le quinte di un teatro, da dune artificiali contro le mareggiate. Il paese era chiuso, fantasma. Una cosa che odio del mare è questa, che i paesi di mare chiudono. Ma come lo deturpiamo questo mare? Quella non è la vita di mare è la vita del capitale che detta quando c’è la vacanza e i tempi del cazzeggio. Quelli non sono tempi di un luogo che vive ma i tempi di una società zombiezzata fin dagli albori delle stagioni al mare, nate, peraltro, nel mediterraneo, grazie alle temperature miti e favorevoli per la salute. Insomma sono davanti al mare e non lo vedo. Questo mare si fa desiderare, scrivevo ieri.

Il rumore assordante di furia assoluta. Saliamo sulle dune badando bene, e meno male, di non scendere da esse perché quella era piena zona di risacca, un’onda più incazzata e ti portava via. Nero e marrone, il mare con la spuma nera e marrone si infrangeva sugli scogli frangiflutti, il cielo era bianco, la luce che si rifletteva sulla battigia era bianca, costellata di legni neromarrone, l’acqua era marrone. Spuma neromarrone che si staglia su cielo bianco. Ad un certo punto l’onda non si infrange sui frangiflutti ma entra nello spazio che li separa, vedevi quest’acqua che montava, come uno tsunami che invade un porto, la battigia si allagava sempre di più. Una totale perdita di punti riferimento. Ne parlavo ieri sera a proposito dell’alluvione: perdita di riferimenti spaziali. Per un frangente non ho più avuto spazio tempo, tutto questo mi ha pervaso guardando quell’onda meno furiosa ma incalzante. Riguardo le foto, insomma e mi ci riconosco. Temevo di aver lavorato troppo in tensione e invece ritrovi i miei cieli senza ritorno, offerti gentilmente da Madre Natura e che non avrei fotografato se cavalcando la paura fossi rimasta ‘in cabina’. Mi riconosco nonostante la voglia di fuggire da una terra con un meteo più che avverso. C’è del materiale su cui lavorare.

Mi capita di leggere questa frase mentre lavoro al computer: ‘la creatività’, diceva Matisse, ‘richiede coraggio’.

Porto Garibaldi, 28 marzo 2025

Non mi interessa fare un lavoro sull’ecosistema, non nel senso ‘canonico’ del termine, né di denuncia. E’ pieno di colleghi che lo fanno, a volte in modo lezioso, altre davvero bene. Quello che mi interessa è restituire fotografie che siano frutto di un’esperienza, la mia, la mia versione. Portare un immaginario dato da conoscenze, interessi e processi eterogenei che si fanno contemplazione, derivanti da una consapevolezza che si va facendo. Credo che il desiderio di salvaguardia e la denuncia vengano da sé. Chi vuole comprendere comprende e io ho scelto la strada della poesia anziché della documentazione. Non è un lavoro meno responsabile o meno politico perché implica un’azione sul mondo, da parte mia e poi di chi guarda, perché implica un modo di guardare e trattare il soggetto che è cura, è sentirsi parte della natura e del mondo con umiltà e stupore. Il dato reale dal quale parto è il presupposto narrativo, necessario, ma prima di cambiare il mondo – migliorandolo (ci riusciamo davvero?) – c’è da osservarlo, sentirlo, senza pretese di ramanzine o di sentirsi migliori di altri perché il nostro punto di vista è privilegiato, in quanto ‘denuncianti’ di qualcosa. Purtroppo è una retorica stucchevole da chi – alcuni – fa arte di un certo tipo. Guardare è il primo atto di conoscenza, solo lì si può proseguire su un world building che sia anche etico. Bellezza, pensare bellezza standoci dentro, evocandola, poi, con le visioni che offro. ‘Stare in quello che vedo’, continuare a stare in quello che vedo, con gli acquerelli, portarmi il processo a casa, che non si esaurisce con le foto fatte, è per me un modo per incarnare quelle visioni ed esperienze, per sentirle nel corpo, rivivendole. Fare di quello stato di grazia uno stato permanente. Così so davvero di poter dire qualcosa sul mare, qualcosa di originale perché personale, vissuto ed elaborato col mio filtro.

Foto di Serena Fantini

Laguna di Comacchio, Cannevié, 29 marzo 2025

Quante foto uguali ad altre – di altri, anche – possiamo fare? Quante foto che si somigliano di soggetti simili possiamo fare? Può l’esperienza immersiva con un luogo, in un paesaggio, bastare a collezionare scatti che forse non saranno mai usati? Può l’eccezione di esserci farci scattare ‘a scopo preventivo?’ tanto per averle, non sia mai. Qui la natura è selvaggia, nonostante sia fortemente antropizzata, tra le valli e dentro i paesi i suoni sono ovattati. Non oso pensare a cosa videro Celti e Romani, quando ancora l’impronta dei Sapiens non aveva domato il Delta bensì era un confine, per i Romani invalicabile fino a che la questione coi Galli (che erano Celti) non divenne impellente. Eppure ci misero anni e anni per dominare la Gallia Cisalpina. E la grande pianura era immensa e vasta e la costa diversa da come è ora. Pianure, alberi e acquitrini. Sembra di essere ingeriti dalla natura. In mezzo alle acque c’è vento ma credo soffi sempre una brezza, come sempre in mezzo all’acqua. Un paesaggio naturale antropico, un quasi ossimoro o un ossimoro in toto. L’acqua argento, il cielo di piombo rendono tutto più bello, senza ritorno, assoluto. Quando esce il sole smetto di fotografare. Le signore in barca esclamano di gioia perché è uscito il sole ‘guarda, ora è più bello’, cerco di non giudicare il cattivo gusto per la luce dura, tuttavia mi chiedo come mai non se ne stiano tutti un po’ zitti e guardino, soltanto. Cosa puoi fare in un posto così, altrimenti? Niente, i Sapiens somigliano molto alle oche. Ecco perché preferisco andare in barca da sola. Avevo desiderio di trovarmi dentro al mio soggetto. La fotografa che invece di stare di fronte al soggetto ci sta dentro. Abbiamo mai pensato a questa differenza? Lo scattare implica una posizione – spesso di potere – sul soggetto: che comunque è, il più delle volte, frontale rispetto al fotografo. Certo, anche in un paesaggio che ci avvolge scattiamo sempre frontali, il più delle volte, ma c’è uno scarto diverso se prima ti rendi conto di essere avvolto da quel paesaggio-soggetto, ci sei immerso, ne sei sovverchiato, quasi, da quella struggente indifferenza (del paesaggio nei tuoi confronti), da questa natura che, seppure antropizzata è vasta e magnifica.

Parole d’ordine che mi girano in testa: acqua, icona.

Posso rendere il soggetto icona attraverso il processo foto-acqurelli che sto realizzando? Penso a Catania: non ho foto particolari ma foto dell’acqua per il peculiare colore dovuto alle rocce nere di basalto. Qui sta il senso del lavoro, trovare il quid di ogni luogo. Quando riguardi le foto l’impulso si rimette a posto e il tuo ego si ridimensiona. è lì che il lavoro prende forma. Le foto che non eguagliano la vista, non possono rendere il paesaggio che si guarda, in cui si è immersi. L’opera può – deve essere altro, icona – artificio, non può eguagliare la vista, la bellezza, il mondo che entra negli occhi, possono evocarla, per porzioni. Ecco perché le opere sono sempre altro. ecco perché non possono dire la verità, la realtà, ma portare la loro. E’ qui che sta il senso del gesto creativo e della ricerca. L’arte non può imitare la natura ma solo evocarla, ispirandosi. Le opere – icone – che si producono, allora, non sono più belle della realtà, sono altro. Assolutizzando un soggetto le fotografie diventano icone, portano una bellezza altra. non possono competere con la natura e la sua esperienza perché sono altro, partono da essa ma sono altro. Ecco perché di raccontare la realtà non mi interessa, perché non si può fare. La fotografia è ontologicamente sempre un punto di vista. Può accostarsi all’esperienza immersiva e visiva ma è altro. Io non posso dire quanto sia bello quello che ho visto, ma idealizzarlo, partendo dal dato visivo e sollevandolo dalla realtà.

Un lavoro sul mare dove il mare è quasi sempre lontano: non vado al mare ma a vederne gli effetti.

Cervia, 30 marzo.

Saline, sole pieno, luce dura, il sale non c’è perché l’alluvione del 2023 ha portato via i depositi di lungo periodo. Il sale nelle vasche si trova solo da fine estate. Tuttavia l’acqua è colorata di rosa, molto tenue, per via di un’alga di cui si nutre l’avifauna, tra cui i fenicotteri, che ora mi sono entrati nei sogni.

Assisi, 2 aprile, 2025

Ho fatto un editing veloce e scelto alcune foto che a impatto mi sembrano papabili, sono 12. L’insieme di queste foto dà la mia versione, non so sceglierne una. L’insieme è ‘l’unica occhiata’.

Queste tre sono quelle che scremerei ulteriormente, ognuna mi lascia il sapore di quello che ho visto, lo sintetizza. Tutte insieme danno il mood.

Forse questa è quella che sceglierei su tutte, di pancia. Ma secondo me è l’insieme che ‘dà la botta’, parlando in termini da sala prove.

Ovviamente, tutte queste foto andranno stampate su cartoncino, acquarellate, scansionate e poi stampate in fine art per constatarne, in via definitiva la riuscita dell’ibridazione. Poi valuterò quali inserire nel progetto ma, essendo così lungo e in progress, questo tipo di editing è qualcosa che si fa in due tempi: nel tempo della produzione, andando a scremare con l’accetta foto che proprio no, e alla fine, quando si tireranno le somme e avrò modo di guardare ‘col dovuto distacco’ quanto fatto.

Assisi, 21 giugno 2025

Leggendo ‘Sulle rive dello Ionio’ di G. Gissing. Ho il sospetto che leggere e cercare per progetto, abbia a che fare col desiderio. Mi permette di desiderare, di avvicinarmi ai soggetti del desiderio, entrarci in empatia, quindi di essergli vicina, comunque. Essere viva, in ascolto. ‘Siamo qui per contemplare’, sento dire in un documentario sulle Canarie.

Assisi, 22 giugno 2025

Ieri ho inaugurato il secondo quaderno dedicato a questo progetto. L’Etna ne ha voluti quattro, chissà questo mare quanti ne richiederà. Ho iniziato a chiedere alle persone quali parole associano a ‘Mediterraneo’. Userò le testimonianze per uno scritto che sto preparando con le riflessioni sul mediterraneo, inteso come nome proprio e come aggettivo. Proprio oggi nel libro di Vanoli ho letto della nascita del concetto di ‘mediterraneo’, nell’800. Sono due giorni che gli indizi mi tornano. Ma io, cresciuta con questa visione, con questo aggettivo, come considero il mediterraneo, cosa è per me, mediterraneo e mediterraneità? Ho iniziato a pensarci seriamente quando, giorni fa, ho impastato le orecchiette con mamma.

Assisi, 4 luglio 2025

Finalmente ho stampato i cartoncini con le foto degli ultimi viaggi. Ho dovuto cambiare tipografia e quella nuova ha un ottimo rapporto qualità-prezzo. Ho iniziato a colorare con gli acquerelli. Fino a quando non ho trovato il colore giusto non sono riuscita a prendere il via. Dato che aggiungo colore alle foto non tocco quasi mai la saturazione generale delle foto, lo faccio solo laddove è davvero necessario. Altra cosa sono i canali colore, che mi aiutano a togliere le dominanti. Sono molto soddisfatta del risultato. Ora le stamperò in fine art.

Assisi, 8 luglio 2025

Ordinare e nominare. Inizio a stendere le foto sul quaderno, è ora di iniziare a trovare dei titoli adatti ad esprimere geografia e poesia insieme. Nominare è far accadere.

Birzebbugia, Malta, 17 ottobre 2025

Sono arrivata da poco più di 24 ore con un volo in ritardo di un’ora e mezza. Mentre passavo le tre ore in aeroporto ho realizzato di avere poco tempo. Mi ci ha fatto pensare il ritardo dell’aereo perché ha contratto lo spazio tempo che credevo a mia disposizione.

Dall’aereo vedo le isole dell’arcipelago, in pratica passiamo sopra all’albergo dove alloggeremo. Mentre aspettavamo il taxi, fuori dall’aeroporto a Malta, noto che la zona è nuova e ancora un cantiere. Si intende che ci sono grandi investimenti, loghi e gru sono un po’ ovunque. Saliti in taxi l’unica cosa a cui riconduce quello che vedo è la Puglia. La Sicilia orientale me la ricordava ma di meno: per via dell’intonaco nero e delle montagne. Qui è una via di mezzo tra la Gravina e il Tavoliere, muri a secco e stessa vegetazione. Costruzioni simili, anche nei colori. Ritrovo la decadenza mediterranea e capisco che è questo stato, che per me, va a braccetto con ‘mediterraneo’, certo anche ‘fastoso’, ‘barocco’ e ‘normanno’. Ma la decadenza mediterranea che dà la sensazione di un tempo congelato è qualcosa che si lega alla struggenza. Anni fa, mi dissero che la struggenza è un sentimento che ha a che fare con la poesia. Penso al colonialismo. Al concetto di ‘mediterraneo’, probabilmente inculcatoci a noi mediterranei per primi, da quei nordeuropei che scoprirono le vacanze a seguito della riscoperta dell’antichità. ‘Mediterraneo’ era esotico e noi mediterranei abbiamo accentuato questo concetto, un po’ come abbiamo imbellettato località come Taormina o Assisi. Lo abbiamo fatto con la calce, anche, accentuando, le peculiarità che altri ritenevano tipiche del nostro mondo a sud dell’Europa. E penso a quello che ho visto e che vedo: un paese anglosassone nella struttura ma molto borderline, per esserlo anche nell’animo. Accenniamo con Luc, la nostra guida, alla mediterraneità, quando afferma, dandomi al massimo 33 anni, che i latini sopportano meglio il passare del tempo, a livello esteriore. Penso a Barbero quando dice che i romani avevano un’idea di civiltà che si manifestava nelle città e di conseguenza nella struttura sociale. Potevi essere ovunque nell’impero e ritrovarti in ogni città. La stessa cosa è avvenuta, poi, con la conquista araba: compaiono moschee, Medine, Kasba e, ovviamente, l’estetica dei palazzi, qui ancora presente, meno di quella tipicamente anglosassone o guerresca, almeno nelle città e nei forti che si affacciano sul mare. Anche Luc, dice che le tipiche costruzione arabe stanno scomparendo. E’ pieno, invece, delle tipiche case basse con portico davanti, le stesse che ricordo della Puglia.

La prima meraviglia è il terrazzo della nostra stanza che si affaccia su Pretty bay, le cui descrizioni accennano solo per iscritto e in modo vago, che qui è presente il terzo free porto più grande del Mediterraneo. E’ molto affascinante, con le sue luci, specie nell’ora blu. Di foto su web che ne testimoniano la presenza neanche l’ombra: omissione e fotoritocco. Per fortuna è una vista che mi piace. L’acqua è quasi ferma. Starei qui a scrivere per ore. A Porto Corsini, a Ravenna, ho visto una nave porta container passarmi davanti, oggi sto vedendo direttamente caricare i container dal mio terrazzo. Di notte, sento l’odore del mare entrare nella stanza. Non ho mai dormito così di fronte al mare, è talmente riparata, la baia, che non sento il suono delle onde.

Ero eccitata di vedere tutte le cose in programma nel tour di oggi: la Valle di Daħlet Qorrot, il villaggio di Nadur, la Valle di Ramla, la Grotta di Calipso e i templi megalitici di Ġgantija, Citadel, che si trova nel cuore di Victoria (la capitale di Gozo), le famose saline e le coste di Comino con la Laguna blu e le grotte (infotografabili, ho scoperto poi, dato il numero di barche e traghetti e le coste brulicanti di umani). Il tour non dà modo di esperire i luoghi come da mia ambizione: in primo luogo a causa dell’over tourism, in secondo luogo per i tempi stretti. Avevo immaginato queste problematiche e sapevo sarebbe stata una sfida di pazienza. Certo, non avevo previsto le foto da fare né reputavo ciò che ho visto su web attendibile ma mi sono messa nello stato di prendere il buono, di essere presente, senza farmi trascinare dagli eventi. Poi c’è la sfida per il fotografo: sapere di essere nella condizione di portare a casa qualcosa di buono, accettando anche l’eventualità di fallire. La cosa che più mi duole è essere stati pochissimo alle saline di Gozo, eppure sento che è lì che come fotografa ho dato il mio meglio. Avrei voluto poter fotografare le coste e le grotte di Comino ma eravamo su poco più che bagnarole che a causa del moto ondoso non permettevano di scattare, nemmeno con tempi veloci. Inoltre, alle grotte di Comino, ho visto levarsi introno a noi una ventina di paia di bracci e mani. Sembrava pregassero, levandosi tutte insieme e invece facevano foto. Mi chiedo a cosa, visto che stava arrivando l’ora blu (a Malta il tramonto è prima che qui) ed eravamo in controluce e le grotte erano completamente buie. Certo i cellulari aiutano. Gli unici due alieni seduti al centro della barca eravamo io e il mio compagno: ho cercato di guardare quelle scogliere e grotte il più possibile e poi mi sono appoggiata, sfinita, sulla sua spalla.

Mi chiedo se Luc sia consapevole che quando si lamenta della sua isola – diventata fast, mordi e fuggi – che lui fa un lavoro identico allo stile di vita che contesta e del quale si duole. E’ molto rammaricato per quello che è diventata la sua isola di Malta. Il giorno seguente la gita a Gozo, scendo in spiaggia, dopo colazione. Un uomo su un pilone suona la chitarra. In anni di foto alla musica, ho il set perfetto senza chiederlo. Ah, la vita!

Assisi, 21 ottobre 2025

Scesa dall’aereo ho accusato subito i sintomi dell’influenza. Ma se c’è qualcosa che sento che mi è rimasta da questo viaggio, a parte le foto fatte che sono in procinto di stampare e acquarellare, è la vista e la sensazione di trovarsi in mezzo al mare. Andare dentro le onde assecondandone il moto, guardare l’orizzonte e vederlo sconfinato. Stare nel mare e sentirsi una foglia, che deve affidarsi a quel moto. Sentire una sorta di riverenza verso quel blu denso che sembra colore. Una mia amica dice che ho il Mal Mediterraneo. Chissà. Intanto sono contenta di non mostrare i sintomi del mal di mare.

Questa è la selezione di foto che sto preparando per stamparle su cartoncino. Probabilmente ne toglierò altre.

Orbetello, 31 ottobre 2025

Suoni ovattati, vita lenta. Argentario: poco traffico, vita di paese. Non oso pensare come sia d’estate, ma, del resto, non sono qui per scoprirlo, anzi. Devo dire che il caos turbo capitalista di Malta mi è bastato. Lì era difficile osservare, andare dentro le cose. Qui ci sei dentro, alle cose, è come se in automatico cambiassi stato. Qui sei le cose e loro sono te ed è facile farsi paesaggio, farsi onda, hai tempo di pensare e immaginare quanto vuoi. Nel primo punto in cui ci fermiamo, all’Argentario, fuori Porto Ercole, siamo travolte dal suono del mare. Dal silenzio ovattato di Orbetello al suon del mare, non sembra così male, vivere così. Guardo il Tirreno sconfinato e le linee che saparano le acque più dense da quelle più cristalline, c’è stato mare grosso qualche ora prima. Sembra Rotcho. Saliamo al faro e siamo immerse nel silenzio, tanto che, contrariamente al primo stop fatto dove il mare ruggiva, non possiamo non farci caso. Nemmeno il suono del mare sugli scogli arriva. Basta un’insenatura e il moto ondoso cambia. Mi accorgo che quello che noto oggi sono i colori del mare. Sto collezionando foto dei colori del mare – del resto è a causa di un colore che è nato questo lavoro (il mare color vino)e oggi ho avuto modo di notarne più d’uno. L’isolotto che abbiamo visto durante il primo stop nella mappa è nominato Isolotto. Ci abbiamo riso: come si chiama quest’isolotto? Guarda su Maps’ ‘Isolotto’. Omen nomen. Al ritorno, al crepuscolo a Porto Santo Stefano, l’aria è umida e fritta.

Ho scritto nel diario queste annotazioni: vecchietti al bar, le onde a riva causate da uno yatch come piccoli tsunami. Il suono delle onde che si ritirano sui sassi e che tornano a infrangersi. Luogo selvaggio, poco bomboniera, verace, mi ricorda il Trasimeno.

1 novembre, 2025

C’è gente in piazza a Orbetello. Anche oggi che è festivo. Prima di andare a visitare la laguna e Casa Pelagos, voglio fare le foto al mulino. Sono molto emozionata.

Foto di Serena Fantini

La cosa più emozionante di oggi è stata la laguna dietro Casa Pelagos. I fenicotteri erano molto vicini. Luce, pace, SILENZIO. Mi sono sentita davvero in comunione con quello che vedevo. Le riproduzioni degli animali a grandezza naturale in mostra a Casale Giannella (un casale spagnolo adibito a museo WWF dedicato al Santuario dei cetacei, un’area marina protetta dalla Liguria alla Sardegna, alla Toscana): stenella, tartaruga verde, foca monaca. Il teschio di una Caretta caretta, il carapace di una tartaruga liuto. Lo scheletro di un capodoglio di un anno, la mandibola di una balenottera minore (il secondo animale più grande mai esistito dopo la balenottera azzurra. Entrambe sono specie in vita e la balenottera minore si trova anche nel Mediterraneo).

2 novembre, 2025

Ieri ero sfinita. Ho scaricato e guardato velocemente le foto, c’è qualcosa di buono. Vediamo oggi, che andiamo a Nord, verso Talamone e il Parco dell’Uccellina. Abeti a non finire fino al mare, buccheri, vacche, spiaggia selvaggia, Alberese mi è rimasta nel cuore, come anche i ravioli del ristorante sulla strada del ritorno.

Assisi, 21 novembre 2025

La foto col mare che sembra colore, fatta a Malta. Il mare è denso perché non riflette la luce, la assorbe. E’ opaco. odora di colore, è già materia. Non vedo l’ora di lavorarci.

In Maremma ho realizzato che ho fatto un passo successivo: se le foto arrivano a seguito di un’esperienza di visione che mi fa capire se e come scattare, ora dopo questo passaggio ne arriva un altro. Una volta che compongo un frame, dopo aver osservato e capire se ho qualcosa da fotografare, immagino come posso intervenirci col colore. Il processo non è mai definitivo, però. Può capitare che lavorando una foto, questa ci porti a colorarla in modi inaspettati. E’ consolante, attualmente, riuscire a lavorare con l’imprevisto anziché col controllo assiduo. Perché si lascia aperta la porta all’esperienza.

Foto di Anasuya Pless

Assisi, 5 dicembre 2025

Il tempo dell’attesa: per stampare i cartoncini, per le scansioni post acquerelli, per le stampe in fine art. Questo procedimento amplifica il tempo della fotografia, il tempo che ci vuole per vedere il risultato: la visione implica la materia, far diventare tangibili le foto.

Assisi, 7 dicembre 2025

Trasmutazione. Ci penso mentre faccio journaling. Penso alla foto sovraesposta del Mediterraneo. Il mare è trasmutato, rispetto la comune immagine che se ne ha.

La luce e la macchina hanno offerto questa possibilità. Penso all”imprevisto tecnologico’ di cui parlavo ne ‘Il libro degli eventi’: quando la tecnologia non risponde ai comandi e rende qualcosa di nuovo. Coi colori intervengo in modo mimetico. Amplifico la foto. In questo caso amplifico la trasmutazione.